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venerdì 4 gennaio 2019

Anima: Marco Biagianti

Siamo tutti figli delle punizioni all'incrocio, dei gol in rovesciata. Delle conclusioni al volo, dei giocolieri del pallone: siamo "figli delle stelle", dei conigli dal cilindro. Ma il calcio senza un cuore non esiste: sopravvive, semmai, nutrendosi delle giocate dei singoli, ma vivere è un'altra cosa. Si alimenta di qualcosa di più profondo, radicato nelle viscere del gioco: l'anima di una squadra, legata all'appartenenza ad un simbolo. Uno stemma, colori indelebili: la "bandiera", vessilo d'avvertimento per gli eserciti avversari, segno di riconoscimento per guerrieri, alleati e compagni di squadra. Certezza: come Marco Biagianti, per il Catania.

Perché nel calcio delle apparenze occorre, più che mai, distinguere i "salvatori della patria" occasionali da quelli che "si sbattono" per un ideale: Marco è il coniglio dal cilindro "invisibile". E' la punizione all'incrocio che ti sblocca la partita, "progettata". E' la conclusione al volo da applausi, "costruita": è un giocoliere delle emozioni, quanto e molto più di altri. Vale il prezzo del biglietto. Ma perché ricordarlo? Direte voi. Perché puntualizzarlo, adesso che le cose in casa Catania vanno bene? Sulla bilancia degli eroi calcistici, quelli momentanei e quelli eterni, deve esserci spazio anche per lui: domenica dopo domenica, senza eccezioni. Perché il verbo de "il solito Marco Biagianti", ripetuto come un mantra, non può più passare inosservato nell'analisi di una partita: deve, semmai, diventare premessa ad ogni discorso, senza scadere nell'eccessivo indivisualismo degli "idoli".

Lasciamoli ai Don Giovanni del calcio, gli "eroi momentanei": vittime e protagonisti dei dibattiti sull'incisività e l'impegno. Marco è diverso. E' l'eterna definizione di "calciatore" e "giocatore": di chi sa coniugare i calci ad un pallone al gioco, mentale e spiriturale. Umano. Supera le garanzie d'immunità consegnate da un calcio piazzato in mezzo a tante prestazioni opache, gli applausi "strappati" dalle dichiarazioni alla stampa. E' l'anima del Catania, immensa. Lo sarà anche nel nuovo anno, appena iniziato: e vale la pena ricordarlo, una volta in più di quanto fatto fin qui. Tutti.



lunedì 2 luglio 2018

Sulle spalle dei giganti

Oltre il sentiero di pietre e argilla, una montagna incantata mostra e nasconde la via che porta alla valle dei sogni: mostra e nasconde emozioni. Fa dell’imperturbabilità la qualità essenziale di ogni viaggiatore: chi è venuto prima lo sa. Chi è venuto prima sa che da soli non è possibile raggiungere la cima: c’è un limite massimo, un muro insuperabile senza l’aiuto dei giganti. Nomi, volti e prodezze: in bianco e nero o a colori. Due, in particolare: il rosso e l’azzurro sul petto. Il rosso e l’azzurro dappertutto.

Esiste dono più prezioso della storia? “Bussola” dei sognatori: ammirare, apprezzare, imparare. Dal passato, dai giganti: affidarsi a loro, scalarne polpacci, schiena e, infine, spalle. Aggrapparsi alle loro orecchie, ascoltarne i racconti: quel gol di Spinesi contro l’AlbinoLeffe, la girata del Malaka con la Roma. Le parole di Marino rivolte a Carmelo e Fabio, che quella meraviglia di maggio non hanno potuto viverla. Il “tiro mancino” di Fini: traiettoria disegnata in “fase REM”. Dicono corra ancora sotto la curva, senza maglia: Del Core sotto la Sud non ci è mai arrivato, bloccato dai presenti a bordo campo. Racconti di chi ce l’ha fatta: di chi è riuscito a scalare la montagna incantata. Le battaglie vinte da Baiocco e Monaco: la fantasia di Lulù, quella di Russo e Mascara. Rosso e azzurro sul petto: rosso e azzurro tutto intorno, al Massimino. Tra bandiere, striscioni, sciarpe e lacrime di rugiada: bagnano il campo, germogliano fiori di speranza raccolti dai tacchetti del futuro.

Quelli dei giocatori del Catania di oggi e di domani: giorno e dimensione trasversale, che oltrepassa in verticale le stagioni, le mette insieme in un unico, grande sentiero il cui fulcro si trova in Piazza Spedini, tra la Nord, la Sud, la B e la A. Si raggruppano lì, i giganti: attendono il passaggio dei guerrieri coraggiosi, pronti a sfidare la montagna incantata. Serve pazienza, umiltà e amore: sorridono, notano che tra gli “aspiranti eroi” c’è un loro fratello, sceso all’inferno per trascinare i compagni oltre l’ostacolo. Oltre l’incantesimo: salgono sulle spalle, i ragazzi di Lucarelli, seguono il sentiero. Il Massimino scandisce il ritmo: la storia li guida verso la valle dei sogni.


mercoledì 29 marzo 2017

Perché credere? Perché no?

Perché credere? Perché no? Perché non costa nulla, nemmeno fatica. Perché continuare a sperare? Perché il Catania è e rimane il Catania, nonostante tutto: colori e amore infinito. Storia e tradizione: appartenenza ad oltranza. Perché al di là delle quattro sconfitte consecutive, la passione rimane, così come la possibilità di approdare ai Playoff. E poi, chissà…è pur sempre un altro campionato, no?

Siamo onesti, senza nasconderci: il tifoso catanese, per quanto disilluso e rassegnato, non smetterà mai di sognare e amare. Non è certo una colpa, né un peso negativo, quello di essere legati visceralmente a questa squadra. Allora, perché credere? Perché no? Il calcio è una religione: senza voler essere blasfemi, basterebbe chiamare in causa Blaise Pascal con la sua “scommessa sull’esistenza di Dio”. Esiste? Non esiste? Puntiamo, e paragoniamo: il filosofo dice che se scommettiamo che Dio esiste e vinciamo abbiamo vinto tutto, ma se perdiamo non abbiamo perso nulla. Anzi: c’è solo da guadagnare a crederci, perché avere ragione equivale alla possibilità di vivere nel regno divino in futuro. In caso contrario non accade nulla. Bene, con questa premessa abbastanza sintetica (che non rende onore alla tematica) ritorniamo al Catania: bisogna realmente pensare ai Playoff? Sì, perché dovesse arrivare una qualificazione (o altro) si potrà gioire e continuare a sperare. Altrimenti si potrà porre le basi per la progettazione del prossimo campionato.

Passiamo al campo: la nostra scommessa ci dà ragione. I rossazzurri, attualmente, sono a un solo punto dal decimo posto, nonostante il periodo parecchio negativo. Il potenziale tecnico a disposizione, da Pisseri a Pozzebon, insieme alla panchina “lunga” e il calendario avvalorano la nostra tesi, ma sul terreno di gioco poco è stato dimostrato, a voler essere sinceri. Tanto è che crederci, stando al momento psicofisico della squadra, non è cosa semplice: ma come dicevamo? Perché non farlo? Ah, già, vero: gli ultimi quattro anni. E come dar torto e togliere la voce a ciò che è stato e che ancora brucia? Ma se dovesse riuscire tutto? Che succede? Si può guardare avanti, al regno divino di chi spera un ritorno al principio: dell’amore che non finisce mai e che trascende i limiti della razionalità umana.




giovedì 19 novembre 2015

La teoria delle sardine

E’ quella teoria che pone sullo stesso piano i cittadini del mondo, diversi per religione, classe sociale, fede calcistica e ideologia politica: tutti, insieme, nella stessa scatola. Un autobus.

Che poi ammettiamolo: molti, almeno una volta nella vita, sono stati una sardina. Sì, di quelle in scatola, “unte e bisunte”, e puzzolenti. O profumate? Buone di certo, e salate. Antipatiche, e mal digerite. Ma lo spettacolo più grande si compie nella latta: insieme, schiacciati, come loro. E capita che un viaggio in autobus si trasformi in una traversata fino al piatto del consumatore, pronto a divorarci.

Cittadini tra i più disparati: “Ou ‘mbare!”, è il top. “Bussola!”, la parola d’ordine. E gli insofferenti: “C’è caldo, apriamo”, “c’è freddo, chiudiamo”, “è colpa di Bianco (sindaco di Catania), dei politici, dei giornalisti”… e del buco dell’ozono. Perché si sa: c’entra sempre, e un giorno lo dirà anche Salvini. Oh, Matteo: “Avi ragiuni Salvini! (Trad. “Ha ragione Salvini” – la traduzione del termine “Salvini” non era questa, potete immaginare… - ) Tutti a casa!”, ma chi? No, io no: devo andare al lavoro e all’università. E lei? Pure. Quindi “tutti in centro”, che è meglio.

L’iter inizia alle prime ore del giorno, perché si sa: il pesce va pescato presto. “Si sta come alle otto, su un autobus le sardine”, avrebbe scritto Ungaretti. E non è forse un’immagine meravigliosa? Circa cento individui incastrati meglio dei blocchi del Tetris, in balìa del proprio destino, e della guida dell’autista: pilota di rally senza licenza. O con licenza… di uccidere. Perché un viaggio in autobus può diventare una corsa sulle montagne russe: e lì si nota la qualità del passeggero. Se sei bravo, rimani in equilibrio. Altrimenti… eh, altrimenti.

Sprofondi, nel bagno di folla che c’è dietro te, che fermata dopo fermata è diventato un esercito, rompendo la formazione perfetta delle sardine, che intanto hanno imparato a comunicare tra loro: si parla di calcio, della crisi. La crisi. La crisi che non esiste, i politici porci che “mangiano i soldi”: perché “non c’è lavoro”, si sa. Ma accettare un impiego in un call center, o fare del volantinaggio no: è umiliante. Quindi meglio fare la fame, piuttosto che guadagnare qualcosa. Perché noi siamo “il top”, mica possiamo abbassarci a tanto!


Ma la realizzazione della “teoria delle sardine” avviene alla fine del percorso, quando bisogna abbandonare la “scatola”: fratelli, ormai. Compagni d’avventure sorridenti, quasi simpatici. Ma dopo aver imparato a convivere, i passeggeri tornano al proprio stato naturale: chi bancario, chi professore, chi mendicante e chi studente. Tutti altezzosi, presi dalle proprie faccende quotidiane: sull’autobus nascono amicizie, amori che verranno dimenticati una volta scesi. Perché poi si torna alle proprie vite, alla propria ipocrisia, al proprio razzismo e ai propri pregiudizi: dimenticando che, poco tempo prima, si era tutti uguali. Una centinaia di sardine, puzzolente e insofferente, all’interno della stessa brutta scatola.


venerdì 21 novembre 2014

Leto-man!


Catania è una città proprio strana! Pensate: gli argomenti su cui scrivere non mancano mai (motivo per cui, in questa realtà, nascono più testate giornalistiche che fiori). Potrei, infatti, esporvi le mie riflessioni sul pugno in faccia subito dal Sindaco Bianco, parlare della “simpatica trovata” della riduzione degli appelli annuali all’Università di Catania, ma mi accingo a discutere su quello che è stato l’argomento “per eccellenza” nel corso di questa lunga settimana: Leto-Man.

A scanso di equivoci vari, giudizi emessi da animatori che si credono giornalisti o giornalisti che si credono animatori, pronti a puntare il dito contro il prossimo, PREMETTO CHE il sottoscritto (che non è ancora un giornalista, come qualcuno ha avuto modo di sottolineare) non ha mai provato stima nei confronti del giocatore argentino, conoscendo la carriera calcistica di questo e non ritenendolo all’altezza, né nei due giorni di vacanza a Liverpool, né nelle partitelle in Grecia.

Veniamo al dunque: in venti minuti, l’uomo goffo col codino e i baffi è diventato un vero e proprio idolo per la tifoseria rossazzurra, tanto da essere accostato a “Cristiano Ronaldo” per le doti tecniche e atletiche. Doti, fino a quei due gol, sconosciute ai più. Anche a me, lo ammetto. Eccezion fatta per la prima rete, un tiro al volo di sinistro, la seconda rete è stata un capolavoro del “paraculismo”: non potendo imitare Eto’o o Robinho, Leto è riuscito a segnare a porta vuota. VUOTA. E credetemi: è difficile!

Ma il bello doveva ancora venire: Leto è passato, quindi, da “bidone” a “fenomeno”, già dalla sera di Domenica. Un noto giornalista, infatti, non contento di aver “umiliato” pubblicamente l’argentino negli “episodi precedenti”, si è dilettato in una giravolta degna del primo “Onorevole” di turno, puntando il dito contro “gli allenatori della domenica”, coloro che, ovvero, continuavano a criticare Leto.

A Catania, credetemi, Leto è diventato Obama. Il pugno in faccia a Bianco lo ha dato lui, ed è stato graziato dalla Regina in persona! Per una settimana, Cosentino ha preso le sembianze di Lo Monaco, tanto che nessuno ha osato lamentarsi dello scarso operato del dirigente argentino! Anzi! “Bravo Cosentino! Finalmente gli acquisti di Cosentino stanno venendo fuori! Che gran giocatore Leto! Ha bisogno di fiducia! La pasta al sugo ha bisogno del parmigiano! Non ne voglio cipolle nell’insalata! Il cielo è azzurro sopra Berlino!”.

Ma…davvero i problemi del Catania sono stati “magicamente” risolti da un pareggio “rocambolesco” contro il Trapani? Davvero Leto, in calzamaglia e mantello, ha cambiato “da così a così” le sorti di una squadra, il Catania, che gioca “a fortuna”? No, assolutamente! Il Catania “scarso è e scarso rimane”, ahinoi! E, anzi, dobbiamo ancora soffrire: siamo in estrema difficoltà…e non abbiamo affrontato Carpi, Bologna, Livorno e le altre! Insomma, questo grande clamore causato da “Leto” sembra somigliare sempre più a un’assonanza che fa rumore e puzza, ma poi scompare.


mercoledì 5 novembre 2014

Apoca-tania e l'orchestra di trombe...d'aria



Non sarà la fine del mondo...ma poco ci manca. O, almeno, questa grigia giornata autunnale catanese somiglia sempre più ad una scena di "The Day After Tomorrow", che ad una normale mattina di pioggia torrenziale. Suggestione...o cosa?

"Cosa", credo. O "Casa": quelle quattro mura che tutti, incoscienti del pericolo di questa "catastrofe" che si è abbattuta su Catania, abbiamo abbandonato stamattina per recarci chi al lavoro, chi a scuola. "Scuola", aperta, nonostante il maltempo, nonostante l'appello della Protezione Civile a "ridurre al minimo gli spostamenti" a causa dei frequenti fenomeni temporaleschi. Le scuole, gli uffici, Catania in toto non si è fermata.

Giusto così! Il lavoro deve andare avanti, "The show must go on!", no? La conferma, o smentita fate voi, è arrivata dallo stesso Comune di Catania nella serata di ieri:

“NOTA PER LA STAMPA – SMENTITE VOCI PERICOLO METEO A CATANIA
L’Ufficio di Gabinetto del Comune di Catania, alla luce dei bollettini emessi e con il conforto degli esperti della Protezione civile, ha smentito le voci diffusesi in città a proposito di un pericolo meteo nella giornata di domani nel territorio catanese.”

E menomale! E se fosse stata diramata l'allerta meteo, cosa sarebbe successo? Mucche volanti e case sottosopra, in pieno stile "Mago di Oz"? Sono sicuro che la povera Dorothy, alla ricerca del mago e delle proprie scarpette rosse, nonostante abbia attraversato numerose difficoltà in compagnia dei propri amici, non sopravvivrebbe un giorno a Catania, tra auto e motorini in quarta fila e allerta meteo revocate!

"Che squillino le trombe!", allora...e non le trombe d'aria, magari! Lo stesso Sindaco, Enzo Bianco, ha dichiarato che "la Protezione Civile aveva assicurato per Catania l'assenza di rischi". Alla faccia dell'assicurazione! Quella della macchina parcheggiata alla Virgin e distrutta da un condizionatore crollato dal tetto. O, forse, che l'auto fosse sprovvista di impianto di climatizzazione, tanto da dover ricorrere ad un'installazione...straordinaria?

Ma la cosa ancor più preoccupante è che, in giornata, è arrivata la comunicazione di chiusura di scuole e uffici per la giornata di domani, in previsione di un'ulteriore allerta meteo. Che stia arrivando una perturbazione apocalittica, allora? Io, per sicurezza, preparo il gommone. Capitan Schet...ehm, Bianco, vuole..."salire a bordo"? Figuriamoci: nella città in cui una palma cade durante una giornata soleggiata, domani, dovesse piovigginare, io sto a casa!


venerdì 31 ottobre 2014

Catania e la "psicosi del centro"



Cerchiamo di stare calmi, vi prego. Negli ultimi giorni le ho sentite proprio tutte: dal "centro-storico killer" al "saloon da far west". E menomale che non avete citato la mafia! Avete anche chiamato in causa "Arancia Meccanica" di Kubrick..."a che pro"? 

Il vantaggio sta nelle visualizzazioni, lo so già. E sono d'accordo con voi! Ma a che serve "montare un caso" anche dove un caso non esiste? Gli episodi degli ultimi giorni, dalla ragazza uccisa agli accoltellamenti tra extracomunitari, sono eventi di quotidiana frequenza qui a Catania! Perché, allora, creare una "psicosi" e diffonderla a macchia d'olio tra la gente? Manteniamo la calma, piuttosto! Se non sono stato chiaro, vi racconterò la mia esperienza, avvenuta all'età di 16 anni, ben quattro anni fa.

Durante un sabato sera nel centro di Catania, precisamente in zona Piazza Teatro Massimo, fui provocato da un bambino al fine di una reazione tale da scaturire una lite con i suoi "protettori" più grandi. Episodi di questo genere, quattro anni fa, accadevano ogni Sabato. E come nel 2010, anche nel 2009, e chissà quanto tempo prima! Perché, allora, solo adesso viene tramandata "la storiella" della "Catania violenta"? Catania non è violenta: Catania è una città. In una città esistono numerosissime differenze, culturali e non, che portano quotidianamente i cittadini a scontrarsi. Chi per il posto auto "rubato", chi per uno sguardo di troppo alla propria morosa: questi eventi ci sono sempre stati. 

Adesso, nell'Ottobre del 2014, il centro storico di Catania è "magicamente" diventato luogo di violenze inaudite verso ragazzi indifesi: nessuno, però, cura il dato che da sempre porta il centro ad essere luogo di "bravate" da briganti. Le risse in "Piazza Teatro" ci sono sempre state, così come le liti tra extracomunitari: basterebbe fare un giro per le vie meno conosciute di Catania per incontrare due o più albanesi darsele di santa ragione! E invece no, uno scontro tra due "marocchini" in Via Landolina e le notti catanesi diventano pericolose! A parer mio, qui stiamo esagerando.

Per spiegare meglio il mio pensiero, prenderò in esame un esempio parecchio stupido e infantile: il virus ebola. Per decenni abbiamo lasciato morire QUOTIDIANAMENTE migliaia di uomini in Africa a causa di questo terrificante virus. Per anni, infatti, abbiamo vissuto le nostre giornate come nulla fosse. Adesso, però, il virus è diventato "letale" e una minaccia verso tutti, nonostante, poi, il tasso di mortalità nei Paesi sviluppati sia nettamente inferiore. Ed ecco la "psicosi": l'ebola c'è sempre stata, e il rischio di diffusione è stato ugualmente elevato  negli scorsi decenni.

Il reale problema non riguarda le violenze nel centro di Catania o la pericolsità del virus ebola: il vero problema siamo noi. Siamo noi il pericolo: noi, creatori e diffusori di queste scarse e infondate convinzioni che ci portano a dire "ho paura ad andare in centro!". Paura? Di che? Fino allo scorso Sabato eri in Piazza Teatro a bere il tuo shortino, incurante del pericolo. E adesso? Adesso sei vittima della "Catania violenta" che porterà chiunque a guardare male l'altro, a cercare un pretesto per una rissa. Che porterà me a passeggiare comunque tranquillamente tra le viuzze del centro: perché Catania è una città e non un saloon. Ricordiamolo.




venerdì 24 ottobre 2014

Le cronache di Catania: U ciuraru, la palma e il lungomare liberato


"Vedi...Catania e poi muori", verrebbe da dire. 

Ciò che è successo ieri ha dell'incredibile. Ma, mi chiedo, cos'è davvero "incredibile" in una città come Catania? A poche settimane dal ciclista picchiato dai "paninari" (con annesse scuse: va citato), infatti, la donna schiacciata dalla palma non è che la "ciliegina sulla torta" di una città che riesce a rendere gli eventi "incredibili" mere rappresentazioni di una quotidianità "normale". E non ci si sorprende neanche più! Tanto che, a parer mio, uscire da casa è paragonabile ad un'edizione degli Hunger Games, con tanto di spari alla "caduta" dei partecipanti, e imprevisti dietro l'angolo della strada.

Perché dai, ammettiamolo: sole, mare, Etna...e un par de "quelle". Noi non abbiamo più nulla! Pensate, mesi fa scrivevo della mia città come "La Milano del Sud", ma della metropoli "grigia e cupa" ci è rimasta solo la freddezza. Non riusciamo più a sdrammatizzare, non riusciamo più a fare una cosa giusta senza incappare nell'errore! Altro che "Paese delle meraviglie"...qui siamo nel "Paese dei disastri"! E il povero "ciuraru", al secolo Enzo Bianco, somiglia sempre più alla personificazione di un personaggio delle canzoni di Brigantony (celebre e colorito cantante folk catanese che consiglio vivamente di ascoltare). Caro sindaco, ma una giusta? Settimane fa, in occasione del nubifragio che ha colpito la città, ha dichiarato che "Catania ha retto bene"..."ha retto", e fin qui ci siamo. Quale, però, non si sa! 

E poi, il lungomare liberato...sembra il titolo di un film! Immagino già Garibaldi con i mille verso la "liberazione" del lungomare dai terribili paninari! Pensate: a breve Catania diventerà "città metropolitana", inglobando alcuni paesi circostanti...e non siamo neanche capaci di potare una palma senza fare i conti con una tragedia! Una palma! Gli interventi di potatura in Piazza Cutelli sono stati effettuati appena venti giorni fa...venti giorni fa! Si tratta, infatti, di interventi di "manutenzione": nulla di che. E c'è scappato il morto!

Che poi non si dica che non siamo avanti eh...! Noi catanesi amiamo la "teatralità"! Perché fermare il signor La Fata mentre "si dava fuoco" in segno di protesta? Ma no, lasciamolo fare! "Sarà mica Houdini?!", avrà detto qualcuno! E poi il colmo: l'assessore all'ecosistema urbano, Rosario D'Agata, non si dimetterà. Insomma, signori: siamo o non siamo parte di un paese "favoloso" come quello di Narnia?

Le caratteristiche del genere fantasy ci sono tutte: "Le cronache di Catania: U ciuraru, la palma e il lungomare liberato". E un arancino al ragù, magari, per godere meglio delle "incredibili" storie di questa città "nana"...come una palma. Alla ricerca, tra gli alberi, della porta di quel famoso armadio del racconto che ci faccia uscire da questo mondo, poco reale e sempre più "fantasy".



lunedì 12 maggio 2014

A...rrivederci

Io proprio non riesco a farmene una ragione. Ho pazientato un giorno intero in attesa di una risposta che, però, la mia ragione non è riuscita a fornirmi. A me non dispiace. No dico sul serio: non riesco a dispiacermi, non riesco a far uscire anche solo una lacrima dai miei occhi, né ieri ho inscenato vari drammi alla notizia del gol di Dainelli in Cagliari-Chievo. E non riesco tantomeno a capire perché, secondo alcuni, siamo retrocessi "a testa alta". Proprio non vi capisco, perché mai saremmo retrocessi "con dignità"? "Va bene lo stesso, abbiamo lottato fino alla fine"...ma alla fine di che? Meritiamo di retrocedere, e non abbiamo lottato per rimanere nella massima categoria. Non ci abbiamo nemmeno provato! Una stagione iniziata male e finita peggio: dal nulla, poi, le prestazioni con Roma e Bologna. DAL NULLA. Da squadra "morta e sepolta" all'ultima spiaggia di Bologna...in una settimana. E allora non mi dispiace, mi fa arrabbiare: permettetemelo, che presa in giro! Lo dico sinceramente: mi sento profondamente stupido! Ho tifato i colori del Catania per un'intera stagione, sopportando il caldo delle giornate autunnali e il freddo di quelle invernali, ho riempito le mie scarpe di pioggia in occasione della partita contro il Torino, e mi chiedo: perché? Non mi appellerò alla dietrologia. Ciò che resta è la curiosa "rinascita" di una squadra che, più volte durante il campionato, ha abbandonato le speranze di salvezza. Perché illuderci così, caro presidente? Perché non farla finita contro la Roma, dico io! E che non mi si dica, ancora, che abbiamo provato a centrare la salvezza! Perché non lasciare al Bologna le ultime speranze di salvezza? Non ci prenda in giro, per favore. E adesso? Cosa aspetta di trovare Domenica sera al Massimino? Si dice che una società calcistica debba rispecchiare le caratteristiche di squadra e tifoseria: io, tifoso, non mi rispecchio in questa società. Una società che, fino alla fine, ha sposato un profilo "latitante", mancando all'appello quando i tanti, troppi sostenitori le hanno chiesto i motivi di una tale disfatta. Ed oggi, già stordito dalla retrocessione di ieri, leggo le sue dichiarazioni, caro presidente: "ritorneremo più forti di prima". No, lei no. NOI, tifosi, ritorneremo più forti di prima. Lei ha perso. "NOI siamo il Calcio Catania", presidenti ce ne sono fin troppi in giro. Forse, è anche per questo motivo che non riesco a dispiacermi per ieri...forse il legame instaurato con i colori della mia squadra del cuore va oltre ogni categoria. Forse...forse. Forse, è solo un brutto sogno. 


domenica 30 marzo 2014

Il sole delle quattro



Autobus, Paesi Etnei. Biglietto "strappato" e via, verso il fondo. Obiettivo, una finestra. E le cuffie, meglio se soli, musica ad alto volume. Sguardo verso la città: tempio di bellezze tanto brutte quanto magnifiche. Calderone di emozioni contrastanti, tra la gioia e il dolore di chi non sa di poter cambiare le cose. Quanto è brutta l'ignoranza sul volto delle persone, mista ad incertezza e paura del futuro. Della giornata, che tramonta come inizia: e si sa che, in fin dei conti, le giornate durano quanto il sole. Dopo di esso, il buio e nulla più. Poi si dorme, e si ricomincia. Così, è tutto un crescendo, fino al culmine: il tramonto. Basta guardare sul volto, stanco, le persone. Affrante al mattino, affrante all'ora di pranzo, felici al pomeriggio, affrante la sera. Dormono affrante. Vivono affrante. E così, affrante, passano le giornate, per sentirsi vive solo per un istante: guardando il sole tramontare da una finestra, sfidando i raggi arancioni e cercando di guardarne l'intera circonferenza infuocata. Ma è così che deve andare, annoiati per natura, felici per pratica. Ci si esercita, si cerca sempre di farsi trovare pronti: ma pronti, poi, non si è mai. Così capita di incontrare una bella ragazza al bar, o un anziano saggio elegante, dall'aria di chi ne sa, ne sa molto della vita. E' un momento, un istante, nulla più. Uno sguardo pieno di vitalità che si infrange contro la vetrina di un negozio a caso, perdendosi nel nulla. Il sole delle quattro è paragonabile alla luce naturale: vedi tutto com'è veramente, e ti sorprendi di quanta tristezza c'è nel sorriso di una persona felice. Noti la sofferenza, viva. Noti la vita in uno sguardo, senti che per un secondo si puó vincere la maratona di New York, per poi tornare il solito inetto di sempre. Il sole delle quattro ha lo straordinario potere di farci sentire vivi, ma non completamente. Di farci capire quanto e come possiamo cambiare, chi possiamo essere, per un attimo. Vivi al 70%, ma non interamente. Vivi (quasi) per metà: ed è un gran privilegio pensando che, alla fine, solo chi muore puó ambire a sentirsi vivo completamente, per un momento, finale. 




martedì 14 gennaio 2014

L'importanza di chiamarsi "Salvatore" in una terra di "diavoli"

Catania, bella città. Meta turistica, sempre "sveglia". Ma d'altronde, "la città non dorme mai", dice qualcuno. Al di là delle luci, al di là dei grandi centri, dei vestiti firmati, delle passeggiate in Via Etnea: un altro mondo. Due facce della stessa medaglia, così diverse da far paura a molti. Una, giovane. Bella, sorridente. L'altra, sporca. Catania è anche questo, smettiamo di nasconderci dietro falsi alibi. Catania da terzo mondo a volte, che sa essere metropoli e "favela". Sullo sfondo tanti bambini, la speranza, il futuro. Giocano, a modo loro, non hanno iphone, non hanno playstation: litigano. E i loro padri? Uccidono. La faccia più brutta della medaglia è quella che Catania offre ogni giorno. Via Etnea diventa un'autostrada, fantastica attrazione per i turisti, meta dello shopping. C'è anche lo "zoo", persone come bestie, anarchia: vere e proprie scimmie scorazzare a destra e a manca, litigando, provocando, strillando e rubando. Già, il denominatore comune. "C'è malura! (C'è povertà!)", io la chiamerei ignoranza. Viviamo in una città di ignoranti, smettiamo di cercare scuse. Una passeggiata in centro commerciale è quasi preferita ad una in Corso Sicilia pur di non imbattersi in tali individui. Stranieri? Si, ma "stranieri" dalla civiltà. Saltano i parcometri, la mafia dietro tutto. Si, mafia ragazzi, non abbiate paura di dirlo. Esiste ed è impossibile non rendersene conto. Parcheggi abusivi che fanno sentire la gente normale "abusiva". Non si è liberi di divertirsi, di esprimere le proprie idee. Catania non è una città, è un insieme di paesi distinti. Di "distretti", ad ogni distretto un capo, si sa come vanno queste cose..e poi le bande. E' la città che non dorme mai, della movida. Già, il sabato sera "movimentato": liti, scippi. "Non è sempre così!", va bene va bene! L'automobile parcheggiata, più alta e senza ruote. "Le avrò avvitate male l'ultima volta!" Un'occhiata, rude, e scoppia una lite. L'insulto alla donna amata? Omicidio per giusta causa. "A santuzza?" col coltello puntato pur di stare in prima fila. Le minacce, i cori allo stadio. Il calcio che diventa violenza. Le scritte sui muri, i venditori ambulanti. La gente che, fuori dai supermercati, ruba i carrelli colmi di spesa. E' povertà, ma di civiltà. A Catania non si vive, si sopravvive. Smettiamo di ignorarlo e di mentire. Una città in mano a chi "comanda", sorda, non ascolta le voci di chi vorrebbe cambiarla. Ci sono più centri di scommesse che monumenti. Piazza Stesicoro viene ricordata non per la sua storia ma per la presenza del Mc Donald's. La fiera, non è più fiera. Cinesi, ovunque. Reale trasposizione del film "Benvenuti al Sud". Ignoranza che va oltre l'analfabetismo, di quella gente che ha come modello di rispetto "il boss", di quella gente che gioca a fare "il mafioso" per sentirsi potente, di quella città rimasta indietro di un secolo. Noi siamo questo, siamo ignoranti. Ci fossero meno "Salvatore" e più "salvatori" forse (forse) si riuscirebbe a vivere invece che sopravvivere.



lunedì 6 gennaio 2014

Lodi, Lodi, Lodi!

Torna lui e cambia tutto. O meglio, tutto ritorna alla normalità. Tutti contenti, lui per primo: è tornato Ciccio Lodi, è tornato il Catania. Non c'è stato un tifoso che, presente allo stadio, salite le scale non abbia cercato con lo sguardo l'uomo in tuta blu impegnato nella fase di riscaldamento. Si rompe subito il ghiaccio, come fosse il "primo appuntamento": dagli spalti si ascolta un coro misto a tanta emozione. E così il saluto di chi torna a casa da un viaggio, come a voler dire "Sono tornato, mi siete mancati!". Quasi passano inosservati i nomi dei giocatori del Bologna annunciati dalla speaker. Il conto alla rovescia e poi il boato, la sorpresa di un abbraccio dei tifosi di un Massimino stracolmo: "Bentornato!". Il Catania gioca, finalmente, quasi come se il tempo non fosse mai passato: due scambi tra il centrocampo e l'attacco, "due parole" scambiate tra Bergessio e Plasil attraverso un pallone ed Alvarez che vuole inserirsi nella discussione. Il Catania è vivo. Le fasce, "queste sconosciute", il centrocampo prende forma, si gonfia e si sgonfia, si allarga e si stringe, blocca le azioni del Bologna, crea sull'esterno. Frison si annoia, ed è già un buon segno. Un film già visto, uno di quelli che non ti stanchi mai di guardare. Mancava solo il regista, in tutti i sensi. Calcio piazzato, punizione dalla trequarti. Se ne incarica Francesco Lodi. Un uomo solo in barriera, "siamo piazzati male!", dicono dalla tribuna. Il vuoto alla battuta, l'esplosione subito dopo. Tempesta d'emozioni, Bergessio insacca di testa e corre ad esultare sotto la "B", Lodi corre ad incitare i tifosi. Come una liberazione, "finalmente". Il Catania è in vantaggio come non capitava da (troppo) tempo. Il Bologna della ripresa è una squadra in formato "corsaro", con il coltello tra i denti. Il Catania è la solita vettura al diesel che, però, quando parte lo fa nel modo giusto. Punizione, trenta metri. Neanche a dirlo, il regista sospende "le riprese" e, quasi a voler girare un nuovo capitolo di Harry Potter, disegna la sua solita parabola "magica": palo. Il rammarico, vuole segnare, si vede. Il gioco del Catania è pura poesia: Plasil scambia ,alla "cieca" (o ceca nel suo caso), un filtrante con Pitu Barrientos che disegna un assist per Gino Peruzzi. Cross basso e braccio di Morleo in area di rigore: troppo evidente per non fischiarlo, troppo importante guadagnarlo. Siamo ad Hollywood, fotocamere pronte con il flash acceso, tutti a riprendere questo momento, tutti ad immortalare il regista che vuole lasciare "le impronte" come i grandi del cinema: 2-0. E' lui la star, è lui il protagonista di questo film e va sotto la curva quasi a chiedere ai suoi tifosi "quanto mi siete mancati!?". Il Catania cresce e diventa grande, non è più una sfida salvezza, è una passerella di grandi attori: Pitu becca il palo a tu per tu con Curci. Torna il gioco, torna il solito Gonzalo Bergessio: corre, lotta, fatica, si sbraccia, rischia di farsi male ma si confonde di fronte allo specchio della porta, quando tutto lo stadio era pronto a gridare al gol. Che gioia però, che magia! Troppo facile parlare di un Bologna inferiore, troppo facile dare tutti i meriti a Francesco Lodi. Ma forse proprio perché fin troppo facile che non bisogna smettere di credere. E' tornato il Catania gente. 


martedì 26 novembre 2013

La Milano del Sud

C'è freddo oggi a Catania. Non è un freddo polare, certo, ma entra nelle ossa. Le anziane signore non si incontrano in giro poco prima delle otto di mattina e la gente va, barcollando, per le strade imbottita tanto da non sembrar parte del genere umano: si riescono a vedere "solo" gli occhi. Eccolo il Catanese DOC ("Di Origine Concetta", o Cettina, antenata o meno), alle sette di mattina in giaccone, sciarpa e cappuccio (rigorosamente con i colori del Calcio Catania), spavaldo, fiero di essere quel che realmente presenta di essere. Non un broncio, non una ruga di tristezza. Ma noi siamo così: solari e calorosi anche nelle difficoltà, prima di andare a lavorare. Basta passeggiare per le viuzze del centro alle prime ore del giorno per notare che qui, il tempo, non si ferma MAI. O meglio, non si fermava mai. C'è crisi di sentimento, oltre che economica? (Verrebbe quasi da pensare) Ma si, insomma, forse, no. Diciamo che, in ritardo, ci stiamo "uniformando" al resto dell`Italia, perdendo gran parte della nostra unicità. "Tuttu u munnu è paisi!" (Per "gli stranieri", tutto il mondo è paese) quindi. Il concetto di "mondo", "Italia", fa venire in mente, più che ad una "globalizzazione" ad un' "italianizzazione". L'aria che si respira, miei conterranei, sembra essere solo a me diversa? Sembra più pesante, quasi più umida. "U paisanu" (il paesano, abitante del paese) rozzo e scorbutico c'è sempre stato. Un'intera città no. Siamo spettralmente distaccati. Catania si trasforma. Diventa una nuova città, molto più simile a Milano che ad una città del Sud: tutti a correre, indaffarati, non un istante di pausa, non un secondo di troppo a prendere il caffè. "A lavurà terun!" (direbbe quacuno) Siamo distratti, non abbiamo un secondo del nostro tempo da dedicare alle relazioni interpersonali che la discussione si ferma a "Ciao, sono in ritardo, scappo!". Siamo diventati "freddi", noi, che abitiamo in un luogo tradizionalmente "caldo". E se anche sugli autobus i controllori controllano i biglietti e multano i passeggeri sprovvisti di essi, "dove vogliamo andare andando?" Non ci rimane neanche la gioia per la partita del nostro Catania la Domenica: tifo ridotto a qualche coro, lamentele se non si vince. Lamentele pure se si vince. Sembra che tutto ció che ci dava sollievo, adesso non ci riguardi. Guardiamo tutto il mondo dall'alto in basso sentendoci "signori" di un qualcosa che non ci appartiene, più. Sentendoci superiori a chi porta avanti le nostre tradizioni, a chi cerca invano di mantenere vivo il lumicino del catanese. Quello che sorrideva, quello che prestava aiuto a tutti, che non crollava sotto il peso delle difficoltà e che, solare più del sole stesso, faceva spuntare un sorriso dalla propria bocca priva di denti. Fin troppo lontani dalla nostra terra, quasi come stranieri in casa nostra. Ecco cosa siamo diventati. La "Milano del Sud", secondo molti.

domenica 24 novembre 2013

Da "piccolo Barcellona" a "ultima della classe": la metamorfosi del Calcio Catania

E' maggio, il 19. Campionato finito, stagione 2012/2013 da record: il "piccolo Barça" (come è stato definito da molti opinionisti) di Rolando Maran si classifica ottavo a 56 punti. E' storia, è record di punti in Serie A. In settimana l'ultimo raduno, poi i saluti. Giocatori e collaboratori a casa dalle proprie famiglie: chi in vacanza, chi a pensare alla prossima stagione, chi impegnato con i propri procuratori a sbrogliare questioni di calciomercato. La vetrina estiva della "fiera dell'Est" dei calciatori allontana alcuni componenti importanti: il primo a far le valigie è l'amministratore delegato Sergio Gasparin, licenziato per alcuni "malintesi" al vertice. Viene sostituito da un giovane sulla quarantina: belloccio, tatuato, affascinante quanto "fuori luogo", è l'agente FIFA Pablo Cosentino che ricoprirà la carica di vice-presidente del club siciliano. Si capisce già che qualcosa non va. Seguono le cessioni del Papu Gomez, corteggiato dall'Atletico Madrid del "cholo" Simeone ma preso dagli ucraini del Metalist. "Ciccio" Lodi passa invece al Genoa in cambio del greco Panagiotis Tachtsidis. Alla squadra ligure giocherà anche Giovanni Marchese, in scadenza di contratto con i rossazzurri. L'estate passa veloce, forse troppo. Nessuna amichevole in programma, solo test match di portata inferiore. Qualcosa non va, si nota immediatamente. Il presidente annuncia una stagione ad alti livelli. Non è da lui, qualcosa sta cambiando. Non si lotta più per la salvezza: si gioca per migliorare il record di punti della stagione scorsa. Escono i calendari, la prima contro la Fiorentina dell'ex Vincenzo Montella. E, forse, il destino già sapeva come sarebbe andata a finire. Tante speranze, tante ambizioni. Eccoci, si inizia. Ma il Catania è stanco, impacciato, si vede. I primi minuti a studiare gli avversari ricordando, probabilmente, la facilità disarmante con cui la squadra arrivava sottoporta l'anno prima. Il Catania va sotto: di pepito Rossi è il gol, di Monzon l'errore. Il Catania pareggia: Pitu Barrientos insacca dalla sinistra. Il Catania rialza la testa, ci siamo, è tornato. Il Catania va di nuovo sotto: Pizarro, ma non era in dubbio alla vigilia? Il Catania si spegne, il Catania non c'è più, il Catania perde la prima partita della stagione. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" dicono. L'ambiente, però, non è sereno: via Marco Biagianti (nessuno si è scomposto), "via" anche Pitu. Quale migliore notizia alla vigilia di Catania-Inter? Allo stadio i tifosi sono tristi: si respira un'aria anomala, sono stanchi. Il Catania non scende in campo, l'Inter vince la partita 0-3: non si tratta di una sconfitta a tavolino, però. Sotto accusa il centrocampo e la difesa: urgono provvedimenti immediati. Pitu resta: arrivano anche Cristiano Biraghi, Jaroslav Plasil e Tiberio Guarente. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" ripetono. Dieci minuti, niente più: ecco quanto dura il Catania, sempre più stanco, sempre peggio. Più aumentano le sconfitte, più aumentano gli infortunati. Preparazione sotto accusa, panchina di Maran che traballa. Gira voce di uno spogliatoio sempre più in crisi: il Catania pareggia la seconda in casa contro il Parma. I tifosi fischiano, i giocatori quasi si fischiano da soli. Sui giornali si racconta di un gruppo allo sfracello, brutta copia della squadra dello scorso anno. Tifosi sempre più tristi. Allenamenti a porte chiuse, gioco sempre più deludente. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" ancora, ancora e ancora. Plasil fa esplodere lo stadio, Castro lo fa quasi piangere di gioia: il Catania si rialza, il Chievo è battuto. Lode a Maran e al presidente Pulvirenti: la stagione inizia da qui. Si va a Roma, contro i biancocelesti "dell'amico" Claudio Lotito: la squadra "dura" quindici minuti, poi i giocatori guardano la partita da spettatori non paganti. Torna la tristezza, Maran deve andar via, il presidente ha sbagliato tutto. Ancora Pitu contro il Genoa, ancora un disastro: Legrottaglie aveva fame di gol, ma sbaglia porta. Piovono i fischi, sempre più pesanti. I giocatori applaudono, ma cosa applaudono? Il Genoa si rialzerà, il Catania no. Contro il Cagliari cambia qualcosa: non si vince, si perde, Maran via. Arriva Gigi De Canio. Il malcontento aumenta, le perplessità con lui. La partita contro il Sassuolo è uno spareggio: contro la peggior difesa del campionato il Catania riesce a non segnare. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra". Ma da uno che rassicura i tifosi dicendo "non ho la bacchetta magica, lotteremo fino all'ultimo minuto della stagione" cosa ci si può aspettare? Il Catania va sempre peggio: perde allo "Stadium" contro la Juventus e perde anche Bergessio. In settimana aveva perso anche Barrientos e Plasil, che si aggiungono ad Izco, Bellusci, Spolli, Peruzzi, Monzon, Almiron, Boateng, due raccattapalle e un tifoso nella lista degli indisponibili. Il Napoli fatica ma distrugge i rossazzurri: è 2-1 al San Paolo. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra", per l'ennesima volta. Maxi Lopez viene lasciato dalla moglie per Maurito Icardi e, con la testa più leggera (in tutti i sensi), segna il rigore che fa vincere al Catania la partita contro l'Udinese: i friulani dominano, i siciliani tirano una sola volta. "L'importante era vincere", i tifosi "apprezzano", diciamo. La nazionale di Prandelli regala alla squadra due settimane per affinare i meccanismi di gioco, De Canio rassicura sempre di più i tifosi: "Dovremo lottare fino all'ultima partita per salvarci". Catania, città, è triste, rassegnata, sconsolata. I media difendono la società e il gruppo, negano l'evidente difficoltà. La nazionale ha finito le amichevoli per questo 2013, si riparte dalla Torino "granata": cambia lo stadio ma il Catania ne prende quattro lo stesso. Legrottaglie si ferma a pregare, "immobile", lasciando palla e un corridoio al vero Ciro Immobile: è 1-0. Al secondo ci pensa Guarente con un assist a El Kaddouri. Due cambi prima della fine del primo tempo: dentro Pitu e Leto, fuori Guarente e Castro. Piovono insulti a De Canio, spogliatoio sempre più spaccato. Voglia di spegnere la TV, tifosi frenati dalla fede calcistica. Barrientos inventa, Maxi rifinisce, Leto conclude: splendido gol. I tifosi hanno fatto bene a non spegnere la TV. E' finita la partita, il Catania non gioca più e incassa: prima Moretti, poi un regalo a El Kaddouri. Con chi si sblocca il belga? Primi gol in Serie A, prima doppietta. Cerci ne sbaglierà cinque o sei sottoporta. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" diranno. Catania è stanca, il Calcio Catania è stanco, i tifosi sono stanchi. 9 punti e ultimo posto in classifica condiviso con il Chievo Verona. Strano destino di chi nella stagione 2006/2007 si contendevano la salvezza all'ultima giornata. Cosa è successo al "piccolo Barça"? Catania riflette, sorride amaro e piange, perché l'unico sorriso di una città continuamente in difficoltà si è trasformato in un cupo e triste broncio. 



mercoledì 13 novembre 2013

(Non) è un paese per "vecchi"

No, mi spiace, non stiamo parlando di un famoso film. Il ritratto è quello di una signora, non più giovane. Sul volto gli inevitabili segni del progresso economico-urbanistico degli ultimi trent'anni. Il paragone viene spontaneo: tra l'attuale paesino di Tremestieri Etneo e la "Verghiana" Trezza non v'è alcuna differenza. "Il paese dormitorio" viene definito, "dove non accade mai nulla" dicono altri: l'unico problema è la triste esattezza di queste etichette. Come una squadra di calcio professionistica "scendono in campo" (in piazza) loro, i vinti, gli umili, che ogni giorno, dalla mattina alla sera, panchine come banchi di scuola (e guai a chi prova a rubargli il posto!), discutono dei "soliti" discorsi da vecchi: non ci sono più le mezze stagioni, i giovani d'oggi sono tutti maleducati, "ah quanto erano belli i vecchi tempi!", i politici sono tutti "ladri" per concludere con le solite opinioni da "bar dello sport" sul malcapitato allenatore incompetente. Eccoli, loro, i giovani della nuova costituzione. Loro che si sono battuti tanto per cambiare la nostra Terra, che adesso sono stanchi, sfiniti, a ricordare i tempi andati. Ma poiché, nel paese dei giovani e delle tante iniziative (e dei parrucchieri e panifici), non ci si può proprio far mancar nulla, pur di conservare il paragone (sicuramente prestigioso) con i vinti dei Malavoglia, tutto rimane fermo.





Se, infatti, a qualche volenteroso "giovine" venisse l'idea di dare una svolta alla vita del paese, i saggi di questo penseranno immediatamente a bloccarla, facendola apparire inutile e svantaggiosa alla popolazione. Se, invece, ad un "senex" (meglio definirli così, data l'autorevolezza) venisse in mente di adottare una linea politica svantaggiosa e "abusata" dai predecessori, il "populus" verrà guidato alle urne da un fortissimo senso di nostalgia. Ma in fondo, in un paese per vecchi, cosa ne sarebbe delle anziane signore (dai trenta in su) se gli venissero sottratti i pettegolezzi e gli argomenti di critica? (Il mio non vuole essere un attacco alle povere donne, d'altronde alcuni episodi sarebbero degni delle migliori sceneggiature delle telenovelas) Non mancano, infine, le attività ricreative legate alle tradizioni polit...religiose. "Insomma, nel paese dove non succede nulla allora qualcosa succede!", direte voi. E' esattamente questo il punto: si va avanti...a passo di gambero.
Riusciranno i nostri eroi, giovani illusi e alquanto volenterosi, a cambiare una volta per tutte l'opinione negativa che "i forestieri" hanno del paesino dormitorio?
"Ai posteri l'ardua sentenza"...