E l'Italia è questa qua. Si, insomma, è questa: la terra dei cachi. Elio ci aveva visto bene..era il 96, gli anni novanta, quel "peggio" della frase "si stava meglio quando si stava peggio". Ma quando si stava peggio? Peggio di..quando? E' una continua applicazione della legge di Murphy all'infinito: può sempre andare peggio. Sorrido, e sono felice. Perché? Perché fa ridere. E quando si ride, si è sempre felici. Avete mai visto un tizio ridere perché triste? Finiamola: "la risata di tristezza" non esiste. Un po' come la crisi. Si insomma quella storiella che raccontano ai bambini per giustificare il mancato acquisto di un giocattolo. Oppure quella che raccontano i politici quando vogliono "in prestito" i 5€ per il gelato: "c'è la crisi, pagate più tasse perché dobbiamo saldare il debito pubblico che abbiamo fatto con il gelataio l'altro giorno". Ma, alla fine, com'era il gelato? Eh sappiamo che poi a noi tocca il cono...era buono almeno? Che terra dei cachi quella in cui viviamo! Sembra una continua riunione di condominio. Silvio, il rumoroso. I suoi festini? I migliori. Disturba la quiete dello stabile, un inguaribile dongiovanni. L'altro? Matteo, il tranquillo. Lo chiamavano "il nuovo che avanza", è giovane e pareva infastidito da tutto questo disordine. Adesso migliori amici, dividono il palazzo: compagni inseparabili di merende. Avete ragione, i cachi. "Una pizza in compagnia, una pizza da solo, un totale di due pizze e l'Italia è questa qua", non ci manca nulla. Passiamo più tempo a far conti che a pensare a cosa vogliamo: il tempo di controllare il portafogli e non abbiamo più fame. Nessuno ci rimborsa "le pizze", siamo noi a doverle pagare ai nostri superiori. "Perché c'è crisi", e in giro non ci sono "i macchinoni", nessuno compra smartphone di ultima generazione e sempre per questo discorso nessuno viaggia. Immagino la desolazione sugli aerei, le hostess che si annoiano e giocano a pallavolo a bordo. "I ristoranti sono vuoti", diceva qualcuno. E' la terra delle truffe, ovvero dei "cachi marci". Quelli che ti vende il fruttivendolo "spacciandoteli" per buoni. "Sono solo un po' maturi!" E io pago. Cioè, io no. Chi per me, e non è bello. Ma a chi vuoi che interessi? Il politico non mangia cachi, mangia da Cracco e Barbieri. Siamo tutti "giudici" adesso. Dilusi, molto dilusi. "Mi stai diludendo, questi cachi fanno schifo!" Pensate che riusciamo a sentire le numerose sfumature di un panino al formaggio, ma al momento di votare ci confondiamo: sembrano tutti uguali. E' una sorta di Masterchef in politica...Masterscem. I giudici siamo noi: l'ho detto che siamo la terra dei cachi! Scusate, i cachi. Siamo noi i cachi, chi marcio e chi maturo. Veniamo ogni giorno venduti al mercato della frutta da chi sta sopra di noi, in attesa di essere mangiati. Ma d'altronde, da abitanti "cachi", le terra non può che essere...
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martedì 21 gennaio 2014
martedì 31 dicembre 2013
#2014
Botti "scaccia maligni", lenticchie portafortuna, il classico "trenino". Messaggi di auguri, post su facebook e hashtag su twitter: è tutto pronto. Eppure per così poco, per un giorno. E' capodanno e quasi nessuno lo sente, distrutto dalla crisi, da una società che ha quasi smesso di crederci. Quasi fossero "da protocollo" il cenone, il conto alla rovescia, gli auguri (ipocriti) di felice anno nuovo. Come fosse possibile cambiare le sorti di un intero anno nelle poche ore restanti, come fosse possibile segnare il corso di dodici mesi dai primi istanti "divorando" lenticchie o sparando fuochi d'artificio. Fosse tutto così semplice! Il sorriso dura in media mezzora, poi subentra (in genere) il sonno. E durante il giorno di capodanno si passa più tempo a fare "zapping" con il telecomando che a pianificare l'anno nuovo. I soliti discorsi, il solito "discorso agli italiani". Quello rassicurante e riguardante un anno difficile ma sempre "in miglioramento". Non bisogna perdere la calma, noi italiani l'abbiamo capito bene: così il discorso che passa in TV non lo guarda più nessuno. "Bisogna guardare avanti!", dicono. Avanti, per ora, non c'è nulla. Domani sarà uguale ad oggi: cambia un numero, un giorno. Se qualcosa si è persa per strada, nessuno la riavrà mai indietro perché "è cambiato l'anno". Rimane solo la speranza, mista a molta, troppa, superstizione. Il pensiero va allora a Nelson Mandela, alle vittime dei naufragi, va alla politica che c'era e che non c'è più. Va a tutti coloro che non hanno la "fortuna" di festeggiare il capodanno. Noi, invece, siamo fortunati: abbiamo la grandissima opportunità di sperare ancora per 365 giorni che qualcosa cambi in meglio per ritrovarci tra un anno al punto di partenza. Ma niente cambia, tutto rimane uguale, e se cambia peggiora. Nessuno ferma una vettura che procede ad alta velocità, senza conducente e con i freni rotti. Per di' più se in discesa e dritta verso un imminente schianto. Forse è davvero questo il senso dei botti e delle lenticchie: festeggiare la possibilità di poter vivere ancora per sperare in un cambiamento, in qualcosa di impossibile. Sperare che il mondo cambi verso, sperare in un anno "migliore". E se ci pensate bene, è davvero una fortuna avere la possibilità di sperare in tutto ciò.
lunedì 16 dicembre 2013
C'era una volta il calcio italiano...Cronache di una lega falcidiata da scandali e sconfitte
"C'era una volta"...la Federazione Italiana de Football. Era il 16 Marzo del 1898. Era la prima "lega" italiana del gioco del pallone. Sempre undici giocatori, sempre i goal. Sempre il pubblico, i campi, l'area di rigore, il calcio d'inizio, l'arbitro. Venne organizzato il primo "campionato" vinto a Torino dal Genoa Cricket and Football Club. Tutto in una sola giornata, tutto l'8 Maggio 1898. L'Italia c'era, giocava a "football". Erano gli anni della svolta, del secolo delle speranze, del progresso, dell'ottimismo: si viveva bene e c'era spazio anche per lo sport. E poi la guerra, la prima. Poi la seconda ma prima il campionato mondiale di calcio: la Coppa Rimet. Vittoria, quella della Coppa del Mondo, alla seconda edizione: come al solito, tra le polemiche. Era il 1934, si giocava in Italia, Paese ospitante. Primo campionato mondiale con girone di qualificazione. L'Italia vinse il primo mondiale della sua storia, tra le prime polemiche arbitrali della sua storia. Erano gli anni del fascismo, del Benito Mussolini nelle vesti di un inedito Luciano Moggi. L'Italia vinse ancora, stavolta in Francia, nel 1938, battendo l'Ungheria. Prima Nazione a vincere consecutivamente due Coppe Rimet, la prima a vincerla in Terra straniera. Così la guerra, gli scandali, le stragi, i disastri, l'orrore. Il calcio va avanti, i calciatori "servono più sui prati che all'esercito", diceva qualcuno. E mentre gli Americani si preparavano in gran segreto all'operazione Husky, il Grande Torino vinceva il primo dei suoi cinque scudetti consecutivi. Ma la guerra insiste, e il calcio si deve fermare. L'Italia è sulle ginocchia, a terra, povera tra le macerie. Dopo la guerra, torna il calcio. L'Italia si rialza, il Grande Torino torna a vincere. Era quel Torino di Valentino Mazzola, padre di Sandro. Era quella squadra che, dall'edizione 1945-1946 all'edizione 1948-1949, vinse quattro scudetti. Quella squadra che, nello stesso 1949, morì nella strage di Superga nel viaggio di ritorno dall'amichevole in Portogallo contro il Benfica. L'Italia dello sport è a pezzi, il Torino vinse, doverosamente, quello scudetto a tavolino, la Nazionale di calcio partecipò ugualmente alla Coppa Rimet del 1950 in Brasile.
L'Italia vince anche in europa: lo juventino Omar Sivori porta, per la prima volta, il Pallone d'oro in Italia nel 1961. Gli anni 60', infatti, segnarono il dominio europeo delle italiane: il Milan di Cesare Maldini e José Altafini fu la prima italiana ad alzare la Coppa Campioni battendo 2-1 al vecchio Wembley i campioni in carica del Benfica il 22 Maggio 1963, piccola rivincita dell'Italia contro il destino. A suggelare il dominio italiano in Europa ci pensò l'Inter che vinse l'edizione successiva contro il Real Madrid per 3-1. Ancora contro il Benfica, ancora dell'Inter l'edizione 1964-1965: era la "Grande Inter" di Angelo Moratti e del "Mago" Helenio Herrera. Milano divenne, così, Capitale del calcio europeo e mondiale. L'Italia era sulla vetta del mondo del calcio. Così, dopo la sconfitta in finale dell'Inter contro gli scozzesi del Celtic nel 1967, la Nazionale italiana di calcio vinse nella ripetizione della finale (all'andata finì 1-1 e non erano stati inventati i calci di rigore) il suo primo Campionato Europeo di calcio, in casa, ai danni della Jugoslavia nel 1968. L'Italia era di un altro pianeta, quasi volesse andare sulla luna con gli americani. Di quella squadra protagonista indiscusso fu Gianni Rivera, primo Pallone d'oro italiano nel 1969 dopo aver portato il Milan alla vittoria della Coppa Campioni battendo l'Ajax per 4-1 nello stesso anno. Il 1970 offre all'Italia una chiara visuale sullo stesso decennio calcistico: la Nazionale perde l'edizione messicana del mondiale per mano del Brasile di Pelé. L'Ajax del fenomeno Johan Cruijff sconfigge nel 72 e nel 73 rispettivamente Inter e Juve grazie al suo "calcio totale". L'Italia del calcio è in ginocchio, non riesce più a vincere.
Ci pensò il "Trap": la Juve di Bettega, Zoff e Tardelli vinse la Coppa UEFA nel 77. Erano gli anni del cambiamento, delle nuove tendenze, delle rivoluzioni calcistiche: si passò da un calcio "fisico" ad un calcio "tattico" dove la figura del "mister" incideva davvero sul gioco, imprimendo alla squadra la propria mentalità. Erano gli anni del pop rock e della disco music, e l'Italia ballava. E si destreggiava pure bene. L'Italia raggiunse per la terza volta la vetta del mondo nel 1982: Spagna, Pablito Rossi, incubo brasiliano. In Brasile ancora lo ricordano bene, ci scherzano su (come dimostra questo spot VISA). Paolo Rossi, che vinse quell'anno il Pallone d'Oro, era solo uno degli interpreti di quella squadra che quell'11 Luglio battè la Germania dell'Ovest per 3-1.
(Il gol di Tardelli del 2-0)
Il calcio italiano diventa quindi il più importante d'Europa, meta preferita dei più grandi calciatori del mondo. La Juve aveva in squadra uno di essi. Francese, fenomeno puro: Michel Platini, arrivato nell'82' a Torino e vincitore di tre Pallone d'oro consecutivi. Al Napoli, invece, nel 1984 arrivò dal Barcellona un giocatore. Basti pensare un trasferimento del genere al tempo d'oggi per realizzare quanto il calcio italiano fosse importante. Quel ragazzo dai capelli ricci si chiamava Diego, per gli amici El Diego, El Pibe de Oro, La mano de Dios. Per molti il calciatore più forte di tutti i tempi. Poi il 1985, altra tragedia. L'Italia è ancora in ginocchio. Stade du Heysel, finale di Coppa Campioni, Liverpool-Juventus. La partita finì 0-1, la Juve vinse, l'Italia pianse. Gli hooligans inglesi (proprio loro), memori della finale dell'anno prima contro la Roma (e degli scontri della stessa), tentatorono una vera e propria invasione contro la curva dei tifosi italiani. La polizia belga, incapace di gestire la situazione, spinse "caricando" i tifosi verso il settore dei tifosi dei Reds: la struttura non sopportò il peso, morirono 39 persone. La partita, tra le polemiche che si susseguono fino al giorno d'oggi, continuò: fu la prima "macchia" del nostro calcio. Fu l'occasione, per l'Italia del calcio, di "resettare" il sistema. Nel 1986, il "già proprietario di tutto" Silvio Berlusconi diventa presidente del Milan: l'Italia del calcio rinasce, ancora una volta. E' il Milan degli olandesi, dei fenomeni Gullit (Pallone d'Oro nel 1987), Rijkaard e Van Basten (Pallone d'Oro nel 1988, nel 1989 e nel 1992). Il Milan dello stratega Arrigo Sacchi. Quel Milan che "stracciò" in semifinale il Real Madrid (5-0) e vinse la Coppa contro lo Steaua Bucarest (4-0 al Camp Nou in finale) nell'89. Il 1990 vide ancora l'Europa "inchinarsi" ai rossoneri definiti dalla rivista inglese World Soccer la "migliore squadra di club di sempre". Per tre edizioni consecutive (88-89, 89-90, 90-91), la Coppa UEFA venne vinta da una squadra italiana (Napoli, Juve e Inter). Il "calcio" stesso era ormai "italiano".
Stesso decennio, stessa storia. Furono ancora tre italiane (Juve, Inter e Parma) a portare "a casa" la Coppa UEFA dal 93 al 95. Il Milan di Capello, invece, dopo aver perso nel 1993 la Champion's League contro il Marsiglia, vinse la stessa coppa nel 1994 battendo il Barcellona in finale. Poi, la caduta. Mondiali di calcio 1994, USA. Ancora Italia contro Brasile. Ancora una volta. La finale che tutti ricordano per il rigore sbagliato dal "Divin codino" Roberto Baggio (Pallone d'oro l'anno prima) dimostrò al mondo che l'Italia del calcio, nonostante tutto, c'era. Ed era fortissima. La Juventus vinse l'edizione del 96 della Champion's League: l'Italia era diventata capitale del calcio mondiale. I campioni sceglievano il calcio italiano, in Europa temevano il nostro calcio. Da Weah a Zidane, passando per "il fenomeno" Ronaldo. Poi, il vuoto: due mondiali non all'altezza, un europeo perso in finale contro i "cugini" francesi. Fino al 2003: in finale a contendersi la Champion's c'erano due italiane. Ancora loro, ancora la Juventus e il Milan. All'Old Trafford vinsero i rossoneri, ai rigori, grazie all'ucraino Andrij Ševčenko. L'Italia era ancora l'epicentro del calcio mondiale...o forse no. Eccola, l'ennesima macchia del nostro calcio: Calciopoli. Indegna pagina di uno "sport" corrotto. L'Italia crolla, i campioni fanno le valigie. La Juventus viene retrocessa in Serie B, lo scudetto viene assegnato all'Inter. L'Italia diventa la barzelletta d'Europa. L'Italia, data per morta, risorge, ancora una volta. Vince il Mondiale in Germania nel 2006, tra le tante voci, tra i vari rappresentanti FIFA diffidenti sulla nostra partecipazione. L'Italia aveva risposto a tutte le critiche, in silenzio, con i fatti. L'Italia era di nuovo sul tetto del mondo. Il Milan vinceva la Champion's nel 2007 in quel di Atene contro il Liverpool, grazie all'immenso Kakà. Ma nella società nella quale anche i successi sportivi sono dovuti alle spese, i campioni vanno via, acquistati dalle superpotenze del calcio. L'Italia rimane orfana di protagonisti, in Europa si stecca quasi sempre. Poi la sorpresa: un portoghese, José Mourinho porta l'Inter alla vittoria di uno storico Triplete: Scudetto, Coppa Italia e Champion's League nella stagione 2009/2010, nessuno in Italia c'era riuscito. Troppo poco. Troppo "inutile". Squillo troppo debole per risvegliare qualcosa: la crisi economica incide, e anche tanto. Oggi, ai sorteggi per gli ottavi di finale della Champion's League si tifava per una sola squadra italiana. Troppo poco per una Nazione che "vive" di calcio. Quel calcio che, però, senza risorse economiche, non è competitivo. Quel calcio che ci vedeva protagonisti e che adesso ci vede come "partecipanti". Quel calcio fatto ormai di "idoli" e pochi "leader", troppe capigliature, scarpe colorate, giochetti da spiaggia e pochi successi. Quel calcio che una volta era un gioco e che adesso è diventato "investimento sul mercato". Quel calcio dove a giocare non sono più i giocatori ma i soldi, come fossero più bravi a calciare un pallone in rete di una persona che ama questo sport. L'Italia è in caduta libera, in economia così come nel calcio, in attesa dell'ennesima "rimonta all'italiana".
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giovedì 12 dicembre 2013
La protesta violenta non è una protesta: questa è la giungla "Italia"
L'Italia cambia verso, forse. Si spera, almeno. Che verso? Si chiama Matteo Renzi, è fiorentino, Firenze, terra di Dante. Cambierà mica il verso poetico? Perché il "post primarie del Partito Democratico" sembra uguale al "prima": triste. L'Italia non cambia verso, l'Italia rimane triste. Forse anche di più. In piazza è tutto bloccato, "occupato" come le scuole, come le sale d'attesa degli ospedali e dei centri collocamento. Sembrano tutti "aspettare Godot": non arriva mai, ma sono tutti lì, fermi. Non si muove nulla. L'Italia oggi sembra più una fotografia in bianco e nero. Sullo sfondo di essa tanta gente in piazza, i "forconi" (o più amichevolmente definiti da alcuni "forchette"), fautori della rivoluzione. La protesta coinvolge tutti: pensionati stanchi delle solite trasmissioni noiose in TV, studenti affetti da "mal di studio" e ultras. Ultras? Si, proprio loro. Milan-Ajax, ultima partita del girone: fuori dallo stadio di San Siro scoppiano risse. "I soliti tifosi!", direbbe qualcuno. E così, mentre la Juventus usciva dalla Champion's League per mano del Galatasaray, gli ultras dei forconi facevano barbarie "turche" dei tifosi olandesi accoltellandone tre. "This is no football!", questo non è calcio (direbbe qualcun altro..). Protestare con violenza non è protestare, è, piuttosto, comportarsi da bestie. Che senso ha essere distinti dagli animali per la nostra razionalità? Una rivoluzione col sangue non ha senso. "Benvenuti in Italia, la Nazione delle contraddizioni!", dove gli studenti si battono e manifestano per il diritto allo studio pur di non assistere alle lezioni. Dove questi occupano scuole contro la spending review e contro il MUOS. Il MUOS? Che c'entra con la scuola? "Ma si, non si va a scuola, protestiamo!" Non si superano i test universitari? "Non c'è diritto allo studio!" Non pagano gli stipendi al personale delle scuole? Si protesta in loro supporto! L'Italia non cambia verso. E' la nostra storia, quella del popolo "scansafatiche", della bella vita e degli inciuci. Che possiamo farci noi, generazione del domani? Noi, quei fortunati che non dimenticheranno mai lo "storico" gesto della polizia che, di fronte alla protesta dei forconi, ha tolto il casco. Noi, quei "fortunati". L'Italia è bloccata, la polizia si toglie il casco, i forconi hanno "vinto". Si, forse. Hanno vinto? "Quanto?" Non scherziamo: in Italia non si vince, si perde. La nostra penisola è in caduta libera dalla fine dell'Impero Romano, ammettiamolo. La protesta violenta NON PUO' essere definita una protesta: è la giungla, piuttosto. E in questa vige la legge del più forte. E mentre un certo "leader" nostalgico minaccia l'ennesima "rivoluzione" in suo favore in caso di condanna, l'Italia diventa apatica, quasi "anarchica". Non c'è un ordine, solo confusione. Come in quelle stazioni o quegli aeroporti dove la gente, veramente stanca, non protesta con la violenza ma con un biglietto di sola andata e un sorriso, verso quell'ordine che stavano cercando.
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martedì 26 novembre 2013
La Milano del Sud
C'è freddo oggi a Catania. Non è un freddo polare, certo, ma entra nelle ossa. Le anziane signore non si incontrano in giro poco prima delle otto di mattina e la gente va, barcollando, per le strade imbottita tanto da non sembrar parte del genere umano: si riescono a vedere "solo" gli occhi. Eccolo il Catanese DOC ("Di Origine Concetta", o Cettina, antenata o meno), alle sette di mattina in giaccone, sciarpa e cappuccio (rigorosamente con i colori del Calcio Catania), spavaldo, fiero di essere quel che realmente presenta di essere. Non un broncio, non una ruga di tristezza. Ma noi siamo così: solari e calorosi anche nelle difficoltà, prima di andare a lavorare. Basta passeggiare per le viuzze del centro alle prime ore del giorno per notare che qui, il tempo, non si ferma MAI. O meglio, non si fermava mai. C'è crisi di sentimento, oltre che economica? (Verrebbe quasi da pensare) Ma si, insomma, forse, no. Diciamo che, in ritardo, ci stiamo "uniformando" al resto dell`Italia, perdendo gran parte della nostra unicità. "Tuttu u munnu è paisi!" (Per "gli stranieri", tutto il mondo è paese) quindi. Il concetto di "mondo", "Italia", fa venire in mente, più che ad una "globalizzazione" ad un' "italianizzazione". L'aria che si respira, miei conterranei, sembra essere solo a me diversa? Sembra più pesante, quasi più umida. "U paisanu" (il paesano, abitante del paese) rozzo e scorbutico c'è sempre stato. Un'intera città no. Siamo spettralmente distaccati. Catania si trasforma. Diventa una nuova città, molto più simile a Milano che ad una città del Sud: tutti a correre, indaffarati, non un istante di pausa, non un secondo di troppo a prendere il caffè. "A lavurà terun!" (direbbe quacuno) Siamo distratti, non abbiamo un secondo del nostro tempo da dedicare alle relazioni interpersonali che la discussione si ferma a "Ciao, sono in ritardo, scappo!". Siamo diventati "freddi", noi, che abitiamo in un luogo tradizionalmente "caldo". E se anche sugli autobus i controllori controllano i biglietti e multano i passeggeri sprovvisti di essi, "dove vogliamo andare andando?" Non ci rimane neanche la gioia per la partita del nostro Catania la Domenica: tifo ridotto a qualche coro, lamentele se non si vince. Lamentele pure se si vince. Sembra che tutto ció che ci dava sollievo, adesso non ci riguardi. Guardiamo tutto il mondo dall'alto in basso sentendoci "signori" di un qualcosa che non ci appartiene, più. Sentendoci superiori a chi porta avanti le nostre tradizioni, a chi cerca invano di mantenere vivo il lumicino del catanese. Quello che sorrideva, quello che prestava aiuto a tutti, che non crollava sotto il peso delle difficoltà e che, solare più del sole stesso, faceva spuntare un sorriso dalla propria bocca priva di denti. Fin troppo lontani dalla nostra terra, quasi come stranieri in casa nostra. Ecco cosa siamo diventati. La "Milano del Sud", secondo molti.
domenica 17 novembre 2013
"L'Italia agli italiani!"
Al di là dello slogan di stampo fascista, l'Italia, "ahinoi", non è più degli italiani.
E si perché mentre il mondo ammira con entusiasmo la storia del nuovo sindaco di New York, l'italo-americano Bill De Blasio (curioso come un uomo di origini italiane si chiami "tassa" no?) noi, poveri italiani, viviamo sempre più in una terra "multinazionale": ci stanno togliendo tutto.
Così, settimane fa, la notizia che "Telecom Italia" per il 66% diventa "Telecom Italia-Spagna" (anzi, Spagna-Italia visto che le quote societarie pendono più sugli spagnoli che su noi). Ma immaginate un centralinista di Telecom Italia parlare in spagnolo mentre offre un nuovo contratto al malcapitato utente che viene quotidianamente svegliato? "Buenas dias!"
Ma buenas dias a chi? A noi italiani? Ma non stavate peggio di noi? E comprate la nostra azienda di telefonia nazionale?
"Fortunatamente" però (dipende dai casi eh) stavolta i nostri cugini francesi dovranno "accontentarsi" della Gioconda perché il loro piano di acquisizione di Alitalia è fallito miseramente. Almeno per adesso quindi i francesi rimangono "partner" dell'azienda con il 25%.
Ricapitoliamo: siamo senza telefono e siamo senza aerei. Non siamo più i padroni di niente.
E quindi se noi, cittadini, non siamo proprietari nemmeno delle nostre cose, cosa ci rimane?
La passione...
...a meno che comprino anche quella.
E' il caso, quindi, dei tifosi delle squadre di calcio di Roma e Inter che hanno assistito alla svendita delle loro "passioni" al miglior offerente straniero.
"Cose da turchi!" Ma gli sceicchi (spaventati forse da Zamparini), almeno una volta, non c'entrano.
Era la primavera del 2011 quando l'americano Thomas DiBenedetto (di chiare origini italiane) diventa azionista di maggioranza della società AS Roma dopo una lunga e travagliata trattativa con Unicredit. Ad agosto dello stesso anno, Tommaso diventa quindi presidente della Roma acclamato da tutti i tifosi della "Magica" promettendo la solita "rinascita calcistica" della squadra. Un anno dopo, avendo convinto i suoi tre amici "del baretto" con la sua magistrale esecuzione de "il presidente finto", lascia la carica a James Pallottola (insomma, al primo miliardario azionista che passava).
Oggi la Roma è prima dopo aver esonerato tre allenatori e speso, male, gran parte del suo budget.
Dov'è finita la passione?
Due giorni fa è toccato all'Internazionale di Milano (per gli amici, "Inter"): l'indonesiano Erick Tohir (no, non è PSY e non canta Gangnam Style) diventa azionista di maggioranza della società (con il 70%). Già proprietario di altre società sportive (DC United, Persig Bandung nel mondo del calcio e Philadelphia 76ers nel mondo della pallacanestro), siamo sicuri riuscirà a distinguere un pallone da basket da quello da calcio? Dice, infatti, a "Che tempo che fa" intervistato da Fabio Fazio di essere tifoso dell'Inter sin da bambino citando anche alcuni giocatori (tra i quali il plurisfortunato Nicola Ventola, che salutiamo affettuosamente).
Appena arrivato ha già promesso "botti di mercato" e un nuovo stadio. A mio parere, però, questo non ha nulla a che vedere con il calcio.
Come, d'altronde, tutto questo non ha nulla a che vedere con la "normalità".
Cosa ne rimarrà tra qualche anno di un Paese che, secoli fa, per cultura e risorse era "al top"?
Ci avete tolto i soldi, il telefono, "l'ala" di un aereo, ci state togliendo le squadre di calcio e la maggior parte delle aziende.
Lasciateci, però, almeno la speranza e la possibilità di cambiare. Sono sicuro che non ve ne pentirete.
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