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martedì 9 maggio 2017

Auguri Davide: ci vorrebbero undici Baiocco contro la Juve Stabia...

Album delle figurine, stagione 2002/03: Catania a pagina 80, accanto al Cosenza, in Serie B. Erano i rossazzurri neo-promossi in cadetteria, dei cambi in panca, da Toshack a Guerini, passando per la coppia Graziani-Pellegrino ed Edy Reja, di Lulù Oliveira e di Gennaro Iezzo in porta. Appena quarantasette pagine indietro, alla numero 33 c’era lui: capello corto e sorriso “buono” a trasparire una certa tranquillità, in quel colletto alto della maglia bianconera indossata, “da bravo ragazzo”. Ecco: l’antitesi perfetta di Davide Baiocco, 42 anni ieri e 172 cm di sangue perugino ed emozioni per cuori forti.

Con tutto il rispetto, Davide: sappiamo quanto tu sia simpatico, e ci permettiamo di scherzare. Il vulcano ti chiamava, quasi ad evocare una perfetta simbiosi tra l’atleta che sei e la tua forte personalità da leader. Quando nel 2005 arrivò l’annuncio del trasferimento al Catania in città girava una sola domanda: “Ma Baiocco quello che giocava nella Juve?”, sì. Al Massimino, se si fa attenzione, si sentono ancora il rumore dei contrasti, l’urlo finale della sfida salvezza con la Roma e i cori della stagione successiva, al 34′ di un pomeriggio pre-natalizio: rete ai giallorossi e pubblico in piedi ad applaudire. Quello che non ti ha mai abbandonato, Davide, così come tu non hai mai “lasciato” questa città. Ah, come ringhiavi tu sulle caviglie avversarie… Ma passiamo oltre. Ecco, nel giorno del tuo compleanno, vuoi per la fresca qualificazione ai Playoff del Catania, vuoi per la voglia di far voli pindarici rivolti ad un passato pieno di gioie ed emozioni, esclamiamo: “Ci vorrebbero proprio undici Baiocco contro la Juve Stabia!”. E sì, e ci riallacciamo anche al concetto espresso dall’Ad Lo Monaco: quei “capitani-non giocatori” di cui ha parlato settimane fa. Lo sappiamo, l’hai confidato ai nostri microfoni: “La stima si dimostra con le parole e con i fatti, fanno piacere, segno che si riconosce qualche qualità, però lasciamo stare”, ma il concetto rimane quello.

Ci vorrebbero quegli elementi che tirino fuori… il carattere giusto al momento giusto, che si facciano sentire prendendo per mano il gruppo. Che sbottino con l’arbitro quando necessario, che “rompano le scatole”. Ma, forse, non è un caso che tutto questo manchi, dato che tra i numeri indossati sulle maglie rossazzurre non c’è alcun 17. Ma si può certamente rimediare: YouTube può aiutare e servire da ispirazione. Intanto sono 42 candeline, e il resto è storia.



mercoledì 29 marzo 2017

Perché credere? Perché no?

Perché credere? Perché no? Perché non costa nulla, nemmeno fatica. Perché continuare a sperare? Perché il Catania è e rimane il Catania, nonostante tutto: colori e amore infinito. Storia e tradizione: appartenenza ad oltranza. Perché al di là delle quattro sconfitte consecutive, la passione rimane, così come la possibilità di approdare ai Playoff. E poi, chissà…è pur sempre un altro campionato, no?

Siamo onesti, senza nasconderci: il tifoso catanese, per quanto disilluso e rassegnato, non smetterà mai di sognare e amare. Non è certo una colpa, né un peso negativo, quello di essere legati visceralmente a questa squadra. Allora, perché credere? Perché no? Il calcio è una religione: senza voler essere blasfemi, basterebbe chiamare in causa Blaise Pascal con la sua “scommessa sull’esistenza di Dio”. Esiste? Non esiste? Puntiamo, e paragoniamo: il filosofo dice che se scommettiamo che Dio esiste e vinciamo abbiamo vinto tutto, ma se perdiamo non abbiamo perso nulla. Anzi: c’è solo da guadagnare a crederci, perché avere ragione equivale alla possibilità di vivere nel regno divino in futuro. In caso contrario non accade nulla. Bene, con questa premessa abbastanza sintetica (che non rende onore alla tematica) ritorniamo al Catania: bisogna realmente pensare ai Playoff? Sì, perché dovesse arrivare una qualificazione (o altro) si potrà gioire e continuare a sperare. Altrimenti si potrà porre le basi per la progettazione del prossimo campionato.

Passiamo al campo: la nostra scommessa ci dà ragione. I rossazzurri, attualmente, sono a un solo punto dal decimo posto, nonostante il periodo parecchio negativo. Il potenziale tecnico a disposizione, da Pisseri a Pozzebon, insieme alla panchina “lunga” e il calendario avvalorano la nostra tesi, ma sul terreno di gioco poco è stato dimostrato, a voler essere sinceri. Tanto è che crederci, stando al momento psicofisico della squadra, non è cosa semplice: ma come dicevamo? Perché non farlo? Ah, già, vero: gli ultimi quattro anni. E come dar torto e togliere la voce a ciò che è stato e che ancora brucia? Ma se dovesse riuscire tutto? Che succede? Si può guardare avanti, al regno divino di chi spera un ritorno al principio: dell’amore che non finisce mai e che trascende i limiti della razionalità umana.