Botti "scaccia maligni", lenticchie portafortuna, il classico "trenino". Messaggi di auguri, post su facebook e hashtag su twitter: è tutto pronto. Eppure per così poco, per un giorno. E' capodanno e quasi nessuno lo sente, distrutto dalla crisi, da una società che ha quasi smesso di crederci. Quasi fossero "da protocollo" il cenone, il conto alla rovescia, gli auguri (ipocriti) di felice anno nuovo. Come fosse possibile cambiare le sorti di un intero anno nelle poche ore restanti, come fosse possibile segnare il corso di dodici mesi dai primi istanti "divorando" lenticchie o sparando fuochi d'artificio. Fosse tutto così semplice! Il sorriso dura in media mezzora, poi subentra (in genere) il sonno. E durante il giorno di capodanno si passa più tempo a fare "zapping" con il telecomando che a pianificare l'anno nuovo. I soliti discorsi, il solito "discorso agli italiani". Quello rassicurante e riguardante un anno difficile ma sempre "in miglioramento". Non bisogna perdere la calma, noi italiani l'abbiamo capito bene: così il discorso che passa in TV non lo guarda più nessuno. "Bisogna guardare avanti!", dicono. Avanti, per ora, non c'è nulla. Domani sarà uguale ad oggi: cambia un numero, un giorno. Se qualcosa si è persa per strada, nessuno la riavrà mai indietro perché "è cambiato l'anno". Rimane solo la speranza, mista a molta, troppa, superstizione. Il pensiero va allora a Nelson Mandela, alle vittime dei naufragi, va alla politica che c'era e che non c'è più. Va a tutti coloro che non hanno la "fortuna" di festeggiare il capodanno. Noi, invece, siamo fortunati: abbiamo la grandissima opportunità di sperare ancora per 365 giorni che qualcosa cambi in meglio per ritrovarci tra un anno al punto di partenza. Ma niente cambia, tutto rimane uguale, e se cambia peggiora. Nessuno ferma una vettura che procede ad alta velocità, senza conducente e con i freni rotti. Per di' più se in discesa e dritta verso un imminente schianto. Forse è davvero questo il senso dei botti e delle lenticchie: festeggiare la possibilità di poter vivere ancora per sperare in un cambiamento, in qualcosa di impossibile. Sperare che il mondo cambi verso, sperare in un anno "migliore". E se ci pensate bene, è davvero una fortuna avere la possibilità di sperare in tutto ciò.
martedì 31 dicembre 2013
venerdì 27 dicembre 2013
Caro amico ti scrivo...
Sosta "natalizia" per la Serie A: calciatori e allenatori in vacanza, dirigenti al lavoro in vista del mercato. Il 2013 volge al termine. Alle sue spalle gol, occasioni, rammarico, tanto. Speranze, successi, sogni. Il tifo, quello vero, "gira" l'anno, non resta indietro. E così sono i numeri a "parlare", i classici "bilanci di fine anno". Un anno, quello del Calcio Catania, da "Bella" e "Bestia" allo stesso tempo. Dal record di punti in una stagione al record, negativo, di sconfitte. Tutto in dodici mesi. "Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'.." direbbe un "Dalliano" presidente Pulvirenti, forse fin troppo pensieroro ultimamente. Lui che ha visto rovinosamente crollare l'immagine del suo "giocattolo perfetto", tanto perfetto da essere considerato il modello stesso di "società perfetta". Ma si sa, quando la posta in gioco diventa più alta è difficile per tutti ripetersi. Pensieroso anche il mister, Gigi De Canio, che ha chiesto al nuovo anno dei rinforzi per la sua rosa. Già al lavoro, invece, Pablo Cosentino alla ricerca dei "regali" al mister e ai tifosi. In vacanza i giocatori, ognuno dalle proprie famiglie (sempre che non sia arrivato un altro giocatore a "portartela via"..), a riposare (chi più, chi meno) dalle fatiche di un inizio di stagione "turbolento". Uno sguardo al 2014 passando per il calciomercato, quindi. Passaggio, "forzato", per una salvezza insperata. E si perché, se il 2013 iniziava tra i sorrisi e le certezze dei 25 punti in classifica, il nuovo anno avrà come colonna sonora la famosa sigla di "Mission Impossible". Il presidente Pulvirenti, negli inediti panni di Tom Cruise, proverà quindi a salvare la causa del suo, nostro, Catania con il supporto, incessante, di chi ci crede. Chi, forse più dei giocatori, dona l'anima per raggiungere una vittoria, quasi volesse scendere in campo a segnare. Il tifoso: lui che è mister, presidente, dirigente, uomo-mercato, opinionista e attaccante allo stesso tempo. Lui che non perde mai la speranza, neanche a 10 punti, ultimo in classifica. "Toglietemi tutto ma non il mio...Catania!", insomma. Così, mentre i tifosi "eleggono" il Papu Gomez "rossazzurro dell'anno", altri rimpiangono chi è migrato verso altri lidi: Giovanni Marchese e Ciccio Lodi, tra questi. I nostalgici invece richiamano a gran voce mister Maran, alcuni, rassegnati, guardano al nuovo anno come ad un nuovo ciclo che riparte da zero, lasciando acceso quel lumicino di speranza che chi ama il calcio, anche sotto di tre gol a due minuti dalla fine, tiene vivo aspettando nella rimonta finale. Quella speranza che un tifoso non getta mai via, neanche vedendo la sua squadra passare da "piccolo Barcellona" a "squadra che non riesce a vincere", ultima, a 10 punti, perché sa che al Catania niente è impossibile. E' la storia che lo insegna. E' la storia di chi è risorto dalle ceneri, "abbattuto" più volte, ma che adesso è qui a giocarsela perché "NOI siamo il Calcio Catania". Adesso, forse, anche più forti di prima.
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lunedì 16 dicembre 2013
C'era una volta il calcio italiano...Cronache di una lega falcidiata da scandali e sconfitte
"C'era una volta"...la Federazione Italiana de Football. Era il 16 Marzo del 1898. Era la prima "lega" italiana del gioco del pallone. Sempre undici giocatori, sempre i goal. Sempre il pubblico, i campi, l'area di rigore, il calcio d'inizio, l'arbitro. Venne organizzato il primo "campionato" vinto a Torino dal Genoa Cricket and Football Club. Tutto in una sola giornata, tutto l'8 Maggio 1898. L'Italia c'era, giocava a "football". Erano gli anni della svolta, del secolo delle speranze, del progresso, dell'ottimismo: si viveva bene e c'era spazio anche per lo sport. E poi la guerra, la prima. Poi la seconda ma prima il campionato mondiale di calcio: la Coppa Rimet. Vittoria, quella della Coppa del Mondo, alla seconda edizione: come al solito, tra le polemiche. Era il 1934, si giocava in Italia, Paese ospitante. Primo campionato mondiale con girone di qualificazione. L'Italia vinse il primo mondiale della sua storia, tra le prime polemiche arbitrali della sua storia. Erano gli anni del fascismo, del Benito Mussolini nelle vesti di un inedito Luciano Moggi. L'Italia vinse ancora, stavolta in Francia, nel 1938, battendo l'Ungheria. Prima Nazione a vincere consecutivamente due Coppe Rimet, la prima a vincerla in Terra straniera. Così la guerra, gli scandali, le stragi, i disastri, l'orrore. Il calcio va avanti, i calciatori "servono più sui prati che all'esercito", diceva qualcuno. E mentre gli Americani si preparavano in gran segreto all'operazione Husky, il Grande Torino vinceva il primo dei suoi cinque scudetti consecutivi. Ma la guerra insiste, e il calcio si deve fermare. L'Italia è sulle ginocchia, a terra, povera tra le macerie. Dopo la guerra, torna il calcio. L'Italia si rialza, il Grande Torino torna a vincere. Era quel Torino di Valentino Mazzola, padre di Sandro. Era quella squadra che, dall'edizione 1945-1946 all'edizione 1948-1949, vinse quattro scudetti. Quella squadra che, nello stesso 1949, morì nella strage di Superga nel viaggio di ritorno dall'amichevole in Portogallo contro il Benfica. L'Italia dello sport è a pezzi, il Torino vinse, doverosamente, quello scudetto a tavolino, la Nazionale di calcio partecipò ugualmente alla Coppa Rimet del 1950 in Brasile.
L'Italia vince anche in europa: lo juventino Omar Sivori porta, per la prima volta, il Pallone d'oro in Italia nel 1961. Gli anni 60', infatti, segnarono il dominio europeo delle italiane: il Milan di Cesare Maldini e José Altafini fu la prima italiana ad alzare la Coppa Campioni battendo 2-1 al vecchio Wembley i campioni in carica del Benfica il 22 Maggio 1963, piccola rivincita dell'Italia contro il destino. A suggelare il dominio italiano in Europa ci pensò l'Inter che vinse l'edizione successiva contro il Real Madrid per 3-1. Ancora contro il Benfica, ancora dell'Inter l'edizione 1964-1965: era la "Grande Inter" di Angelo Moratti e del "Mago" Helenio Herrera. Milano divenne, così, Capitale del calcio europeo e mondiale. L'Italia era sulla vetta del mondo del calcio. Così, dopo la sconfitta in finale dell'Inter contro gli scozzesi del Celtic nel 1967, la Nazionale italiana di calcio vinse nella ripetizione della finale (all'andata finì 1-1 e non erano stati inventati i calci di rigore) il suo primo Campionato Europeo di calcio, in casa, ai danni della Jugoslavia nel 1968. L'Italia era di un altro pianeta, quasi volesse andare sulla luna con gli americani. Di quella squadra protagonista indiscusso fu Gianni Rivera, primo Pallone d'oro italiano nel 1969 dopo aver portato il Milan alla vittoria della Coppa Campioni battendo l'Ajax per 4-1 nello stesso anno. Il 1970 offre all'Italia una chiara visuale sullo stesso decennio calcistico: la Nazionale perde l'edizione messicana del mondiale per mano del Brasile di Pelé. L'Ajax del fenomeno Johan Cruijff sconfigge nel 72 e nel 73 rispettivamente Inter e Juve grazie al suo "calcio totale". L'Italia del calcio è in ginocchio, non riesce più a vincere.
Ci pensò il "Trap": la Juve di Bettega, Zoff e Tardelli vinse la Coppa UEFA nel 77. Erano gli anni del cambiamento, delle nuove tendenze, delle rivoluzioni calcistiche: si passò da un calcio "fisico" ad un calcio "tattico" dove la figura del "mister" incideva davvero sul gioco, imprimendo alla squadra la propria mentalità. Erano gli anni del pop rock e della disco music, e l'Italia ballava. E si destreggiava pure bene. L'Italia raggiunse per la terza volta la vetta del mondo nel 1982: Spagna, Pablito Rossi, incubo brasiliano. In Brasile ancora lo ricordano bene, ci scherzano su (come dimostra questo spot VISA). Paolo Rossi, che vinse quell'anno il Pallone d'Oro, era solo uno degli interpreti di quella squadra che quell'11 Luglio battè la Germania dell'Ovest per 3-1.
(Il gol di Tardelli del 2-0)
Il calcio italiano diventa quindi il più importante d'Europa, meta preferita dei più grandi calciatori del mondo. La Juve aveva in squadra uno di essi. Francese, fenomeno puro: Michel Platini, arrivato nell'82' a Torino e vincitore di tre Pallone d'oro consecutivi. Al Napoli, invece, nel 1984 arrivò dal Barcellona un giocatore. Basti pensare un trasferimento del genere al tempo d'oggi per realizzare quanto il calcio italiano fosse importante. Quel ragazzo dai capelli ricci si chiamava Diego, per gli amici El Diego, El Pibe de Oro, La mano de Dios. Per molti il calciatore più forte di tutti i tempi. Poi il 1985, altra tragedia. L'Italia è ancora in ginocchio. Stade du Heysel, finale di Coppa Campioni, Liverpool-Juventus. La partita finì 0-1, la Juve vinse, l'Italia pianse. Gli hooligans inglesi (proprio loro), memori della finale dell'anno prima contro la Roma (e degli scontri della stessa), tentatorono una vera e propria invasione contro la curva dei tifosi italiani. La polizia belga, incapace di gestire la situazione, spinse "caricando" i tifosi verso il settore dei tifosi dei Reds: la struttura non sopportò il peso, morirono 39 persone. La partita, tra le polemiche che si susseguono fino al giorno d'oggi, continuò: fu la prima "macchia" del nostro calcio. Fu l'occasione, per l'Italia del calcio, di "resettare" il sistema. Nel 1986, il "già proprietario di tutto" Silvio Berlusconi diventa presidente del Milan: l'Italia del calcio rinasce, ancora una volta. E' il Milan degli olandesi, dei fenomeni Gullit (Pallone d'Oro nel 1987), Rijkaard e Van Basten (Pallone d'Oro nel 1988, nel 1989 e nel 1992). Il Milan dello stratega Arrigo Sacchi. Quel Milan che "stracciò" in semifinale il Real Madrid (5-0) e vinse la Coppa contro lo Steaua Bucarest (4-0 al Camp Nou in finale) nell'89. Il 1990 vide ancora l'Europa "inchinarsi" ai rossoneri definiti dalla rivista inglese World Soccer la "migliore squadra di club di sempre". Per tre edizioni consecutive (88-89, 89-90, 90-91), la Coppa UEFA venne vinta da una squadra italiana (Napoli, Juve e Inter). Il "calcio" stesso era ormai "italiano".
Stesso decennio, stessa storia. Furono ancora tre italiane (Juve, Inter e Parma) a portare "a casa" la Coppa UEFA dal 93 al 95. Il Milan di Capello, invece, dopo aver perso nel 1993 la Champion's League contro il Marsiglia, vinse la stessa coppa nel 1994 battendo il Barcellona in finale. Poi, la caduta. Mondiali di calcio 1994, USA. Ancora Italia contro Brasile. Ancora una volta. La finale che tutti ricordano per il rigore sbagliato dal "Divin codino" Roberto Baggio (Pallone d'oro l'anno prima) dimostrò al mondo che l'Italia del calcio, nonostante tutto, c'era. Ed era fortissima. La Juventus vinse l'edizione del 96 della Champion's League: l'Italia era diventata capitale del calcio mondiale. I campioni sceglievano il calcio italiano, in Europa temevano il nostro calcio. Da Weah a Zidane, passando per "il fenomeno" Ronaldo. Poi, il vuoto: due mondiali non all'altezza, un europeo perso in finale contro i "cugini" francesi. Fino al 2003: in finale a contendersi la Champion's c'erano due italiane. Ancora loro, ancora la Juventus e il Milan. All'Old Trafford vinsero i rossoneri, ai rigori, grazie all'ucraino Andrij Ševčenko. L'Italia era ancora l'epicentro del calcio mondiale...o forse no. Eccola, l'ennesima macchia del nostro calcio: Calciopoli. Indegna pagina di uno "sport" corrotto. L'Italia crolla, i campioni fanno le valigie. La Juventus viene retrocessa in Serie B, lo scudetto viene assegnato all'Inter. L'Italia diventa la barzelletta d'Europa. L'Italia, data per morta, risorge, ancora una volta. Vince il Mondiale in Germania nel 2006, tra le tante voci, tra i vari rappresentanti FIFA diffidenti sulla nostra partecipazione. L'Italia aveva risposto a tutte le critiche, in silenzio, con i fatti. L'Italia era di nuovo sul tetto del mondo. Il Milan vinceva la Champion's nel 2007 in quel di Atene contro il Liverpool, grazie all'immenso Kakà. Ma nella società nella quale anche i successi sportivi sono dovuti alle spese, i campioni vanno via, acquistati dalle superpotenze del calcio. L'Italia rimane orfana di protagonisti, in Europa si stecca quasi sempre. Poi la sorpresa: un portoghese, José Mourinho porta l'Inter alla vittoria di uno storico Triplete: Scudetto, Coppa Italia e Champion's League nella stagione 2009/2010, nessuno in Italia c'era riuscito. Troppo poco. Troppo "inutile". Squillo troppo debole per risvegliare qualcosa: la crisi economica incide, e anche tanto. Oggi, ai sorteggi per gli ottavi di finale della Champion's League si tifava per una sola squadra italiana. Troppo poco per una Nazione che "vive" di calcio. Quel calcio che, però, senza risorse economiche, non è competitivo. Quel calcio che ci vedeva protagonisti e che adesso ci vede come "partecipanti". Quel calcio fatto ormai di "idoli" e pochi "leader", troppe capigliature, scarpe colorate, giochetti da spiaggia e pochi successi. Quel calcio che una volta era un gioco e che adesso è diventato "investimento sul mercato". Quel calcio dove a giocare non sono più i giocatori ma i soldi, come fossero più bravi a calciare un pallone in rete di una persona che ama questo sport. L'Italia è in caduta libera, in economia così come nel calcio, in attesa dell'ennesima "rimonta all'italiana".
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mercoledì 4 dicembre 2013
Road to Brazil 2014: "i padroni di casa"
Terza tappa del nostro viaggio, tocca doverosamente alla Nazione ospitante: il Brasile.
Dici "calciatore" e ti viene in mente Pelé o Ronaldo, dici "calcio" e ti viene in mente il Brasile. Perché lo sport più amato e seguito al mondo (in epoca moderna, come lo conosciamo noi) sarà pur nato in Inghilterra ma è in Sud America che trova il suo epicentro. Un mondiale, per loro, vale la vita, a maggior ragione se giocato in casa. Ed ecco che, a sessantatré anni di distanza dalla disastrosa sconfitta in finale contro l'Uruguay in quel 16 Luglio 1950 (e con cinque titoli in più) la nazionale "verdeoro"è pronta a prendersi la rivincita e sfatare il tabù Maracanã. Così, dopo la vittoria nell'ultima edizione della Confederations Cup, la solita "prova generale" della rassegna intercontinentale, l'intera Nazione della Samba, del Carnevale di Rio, dei sorrisi e della felicità, messe da parte le polemiche della vigilia e potendo contare sul supporto di tutta la popolazione (non sei brasiliano se non ami il calcio), si appresta ad acciuffare il suo sesto "mundial de futebol" della sua storia, salvo sorprese "europee" (magari azzurre, aggiungerei).
UNA MAGLIA, UNA BANDIERA:
Eccola, allora, la divisa Nike della Seleção, presentata ufficialmente durante il "Festival dos Esportes" dove erano presenti Luiz Gustavo (Wolfsburg) e Felipe Scolari (attuale CT della nazionale verdeoro) e il Creative Director di Nike Football, Martin Lotti, che definisce il kit del Brasile "come la bandiera nazionale, esso rappresenta il paese e il suo popolo". E la storia del "tutto chiaro, tutto scuro"? Per loro non vale? Evidentemente i padroni di casa hanno sempre diritto a qualche privilegio..
Semplice, snella, "classica". Uno dettaglio rilevante è il colletto: verde e con i lembi uno sull'altro, quasi somigliante ad una Y. Dentro, visibile, la figura del "Canarinho", disegnata da Bruno Big in un triangolo verde. Un kit pensato soprattutto per la massima comodità dei giocatori: il tessuto, infatti, è più leggero di quello della divisa della Confederations Cup del 16% con traspirazione dai fori laterali. Importanti ritocchi, infine, allo stemma della federazione (CBF): di dimensioni aumentate e con le cinque stelle sopra il logo campeggia sulla divisa ricordando che, come scritto nel retro della "toppa", chi gioca, è "Nascido para jogar futebol" che riecheggia come un urlo intimidatorio, quasi a voler dire "attenti, Neymar e compagni stanno arrivando". E noi li stiamo aspettando.
CHE FINE HA FATTO IL SUPER SANTOS?
Molto più simile ad un pallone "di fortuna", acquistato all'ultimo minuto per giocarci in spiaggia, a tre giorni dai sorteggi, ecco Brazuca, il pallone Adidas che sarà utilizzato durante le partite del Mondiale di calcio FIFA. Dallo stile indecifrabile (nonostante studi approfonditi), rappresenta i colori del Carnevale di Rio (verde, rosso e blu) e lo stile dei braccialetti portafortuna brasiliani (chi non ne ha mai avuto uno?).
Testato da oltre 600 calciatori e 30 squadre attraverso 10 nazioni e 3 continenti, l'erede dei vari Jabulani, Teamgeist, Fevernova e gli altri "amici", suscita già parecchie critiche per via della troppa "leggerezza": assisteremo, quindi, all'ennesima rassegna piena di errori del portiere a causa delle traiettorie indescrivibili tracciate da queste "palle pazze"? Una cosa è certa: chi gioca con queste sfere, gioca con il popolo brasiliano: "brazuca" è un termine usato all'estero come definizione di "brasiliano", come se i giocatori verdeoro stessero realmente trascinando "palla al piede" un'intera nazione alla vittoria.
Fonti:
http://www.passionemaglie.it/
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domenica 1 dicembre 2013
"Si può morire d'amore?"
Si può morire d'amore? Non l'amore dei cuoricini, quello di Cupido e dei baci sulla panchina del parco. Si può davvero morire per la propria passione? Non per il troppo amore, ma a causa di esso? Giulietta morì per l'impossibile relazione con Romeo. Racconti, storie.. protagonisti di una trama, non della realtà. E si perché, per una volta, è doveroso parlare di loro, di chi non è citato nei libri. Di chi non spunta sulla copertina dei libri di storia, ma che, per la propria passione, "da la vita". L'ultimo ad andarsene è stato Doriano Romboni, ex pilota Superbike, deceduto durante il "Sic Day" lo scorso 30 Novembre 2013. Doriano aveva 44 anni ed era lì, in sella alla sua moto, per ricordare chi, nel 2011, ha offerto la vita per la sua passione: Marco Simoncelli. Tristezza, freddo, Sic Day annullato, giustamente. Cronache di uno sport incompreso da molti, quello delle corse. Una settimana prima il povero Matteo Roghi, 14 anni. Un gol all'ultimo minuto la causa del decesso, il pareggio della sua squadra all'ultimo istante. Poi il gelo: cade sul suolo, immobile. Un malore, medici in campo. Scalpore. Non c'è nulla da fare, Matteo è già morto. Il mondo del calcio immobile, si fa per dire. Si continua a giocare in Serie A, non si ferma nulla: "The show must go on", insomma. Storie accomunate dalla fatalità, dall'amore. Quell'amore immenso nei confronti della propria "madre". Che cos'è, in fondo, una passione, se non una sorta di "mamma"? Quella mamma che ti plasma, ti insegna a vivere. Che ti offre tutto, ti vizia, e che a volte ti toglie quel tutto. Che pur di non deluderla si portano al limite le proprie forze, si va oltre...fino a qui. Doriano e Matteo sono gli ultimi. Che ti chiami "Sic", "Moro", Antonio Puerta non importa, da quando lo sport è diventato un "gioco a premi", non si guarda più in faccia nessuno. Troppo business, molta importanza allo spettacolo. Diritti TV, canali satellitari, offerte, scarpette sempre più colorate, vetture aerodinamiche e veloci, magliette attillate, sostanze dopanti, soldi. Sponsor, troppi sponsor. Da quando non si gioca "a pallone" ma "a calcio", da quando "si corre" e non "si gira" in moto, lo sport non è più "sport". Insulti, razzismo, violenza. Tanta violenza. Non ci si diverte quasi più: l'obiettivo è vincere per essere ricompensati. Manager che "buttano nella mischia" i propri assistiti credendo siano pupazzi, indifferenti all'umanità. Questo è il nuovo mondo dello sport, molto più simile ad una scacchiera con le pedine che si muovono. Uno spettacolo la cui trama è decisa, il più delle volte, a tavolino. Romboni, Roghi, Sic, Moro, Puerta sono alcuni degli "eroi" del vero sport, baluardo di chi, ancora, crede nella propria passione.
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martedì 26 novembre 2013
La Milano del Sud
C'è freddo oggi a Catania. Non è un freddo polare, certo, ma entra nelle ossa. Le anziane signore non si incontrano in giro poco prima delle otto di mattina e la gente va, barcollando, per le strade imbottita tanto da non sembrar parte del genere umano: si riescono a vedere "solo" gli occhi. Eccolo il Catanese DOC ("Di Origine Concetta", o Cettina, antenata o meno), alle sette di mattina in giaccone, sciarpa e cappuccio (rigorosamente con i colori del Calcio Catania), spavaldo, fiero di essere quel che realmente presenta di essere. Non un broncio, non una ruga di tristezza. Ma noi siamo così: solari e calorosi anche nelle difficoltà, prima di andare a lavorare. Basta passeggiare per le viuzze del centro alle prime ore del giorno per notare che qui, il tempo, non si ferma MAI. O meglio, non si fermava mai. C'è crisi di sentimento, oltre che economica? (Verrebbe quasi da pensare) Ma si, insomma, forse, no. Diciamo che, in ritardo, ci stiamo "uniformando" al resto dell`Italia, perdendo gran parte della nostra unicità. "Tuttu u munnu è paisi!" (Per "gli stranieri", tutto il mondo è paese) quindi. Il concetto di "mondo", "Italia", fa venire in mente, più che ad una "globalizzazione" ad un' "italianizzazione". L'aria che si respira, miei conterranei, sembra essere solo a me diversa? Sembra più pesante, quasi più umida. "U paisanu" (il paesano, abitante del paese) rozzo e scorbutico c'è sempre stato. Un'intera città no. Siamo spettralmente distaccati. Catania si trasforma. Diventa una nuova città, molto più simile a Milano che ad una città del Sud: tutti a correre, indaffarati, non un istante di pausa, non un secondo di troppo a prendere il caffè. "A lavurà terun!" (direbbe quacuno) Siamo distratti, non abbiamo un secondo del nostro tempo da dedicare alle relazioni interpersonali che la discussione si ferma a "Ciao, sono in ritardo, scappo!". Siamo diventati "freddi", noi, che abitiamo in un luogo tradizionalmente "caldo". E se anche sugli autobus i controllori controllano i biglietti e multano i passeggeri sprovvisti di essi, "dove vogliamo andare andando?" Non ci rimane neanche la gioia per la partita del nostro Catania la Domenica: tifo ridotto a qualche coro, lamentele se non si vince. Lamentele pure se si vince. Sembra che tutto ció che ci dava sollievo, adesso non ci riguardi. Guardiamo tutto il mondo dall'alto in basso sentendoci "signori" di un qualcosa che non ci appartiene, più. Sentendoci superiori a chi porta avanti le nostre tradizioni, a chi cerca invano di mantenere vivo il lumicino del catanese. Quello che sorrideva, quello che prestava aiuto a tutti, che non crollava sotto il peso delle difficoltà e che, solare più del sole stesso, faceva spuntare un sorriso dalla propria bocca priva di denti. Fin troppo lontani dalla nostra terra, quasi come stranieri in casa nostra. Ecco cosa siamo diventati. La "Milano del Sud", secondo molti.
domenica 24 novembre 2013
Da "piccolo Barcellona" a "ultima della classe": la metamorfosi del Calcio Catania
E' maggio, il 19. Campionato finito, stagione 2012/2013 da record: il "piccolo Barça" (come è stato definito da molti opinionisti) di Rolando Maran si classifica ottavo a 56 punti. E' storia, è record di punti in Serie A. In settimana l'ultimo raduno, poi i saluti. Giocatori e collaboratori a casa dalle proprie famiglie: chi in vacanza, chi a pensare alla prossima stagione, chi impegnato con i propri procuratori a sbrogliare questioni di calciomercato. La vetrina estiva della "fiera dell'Est" dei calciatori allontana alcuni componenti importanti: il primo a far le valigie è l'amministratore delegato Sergio Gasparin, licenziato per alcuni "malintesi" al vertice. Viene sostituito da un giovane sulla quarantina: belloccio, tatuato, affascinante quanto "fuori luogo", è l'agente FIFA Pablo Cosentino che ricoprirà la carica di vice-presidente del club siciliano. Si capisce già che qualcosa non va. Seguono le cessioni del Papu Gomez, corteggiato dall'Atletico Madrid del "cholo" Simeone ma preso dagli ucraini del Metalist. "Ciccio" Lodi passa invece al Genoa in cambio del greco Panagiotis Tachtsidis. Alla squadra ligure giocherà anche Giovanni Marchese, in scadenza di contratto con i rossazzurri. L'estate passa veloce, forse troppo. Nessuna amichevole in programma, solo test match di portata inferiore. Qualcosa non va, si nota immediatamente. Il presidente annuncia una stagione ad alti livelli. Non è da lui, qualcosa sta cambiando. Non si lotta più per la salvezza: si gioca per migliorare il record di punti della stagione scorsa. Escono i calendari, la prima contro la Fiorentina dell'ex Vincenzo Montella. E, forse, il destino già sapeva come sarebbe andata a finire. Tante speranze, tante ambizioni. Eccoci, si inizia. Ma il Catania è stanco, impacciato, si vede. I primi minuti a studiare gli avversari ricordando, probabilmente, la facilità disarmante con cui la squadra arrivava sottoporta l'anno prima. Il Catania va sotto: di pepito Rossi è il gol, di Monzon l'errore. Il Catania pareggia: Pitu Barrientos insacca dalla sinistra. Il Catania rialza la testa, ci siamo, è tornato. Il Catania va di nuovo sotto: Pizarro, ma non era in dubbio alla vigilia? Il Catania si spegne, il Catania non c'è più, il Catania perde la prima partita della stagione. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" dicono. L'ambiente, però, non è sereno: via Marco Biagianti (nessuno si è scomposto), "via" anche Pitu. Quale migliore notizia alla vigilia di Catania-Inter? Allo stadio i tifosi sono tristi: si respira un'aria anomala, sono stanchi. Il Catania non scende in campo, l'Inter vince la partita 0-3: non si tratta di una sconfitta a tavolino, però. Sotto accusa il centrocampo e la difesa: urgono provvedimenti immediati. Pitu resta: arrivano anche Cristiano Biraghi, Jaroslav Plasil e Tiberio Guarente. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" ripetono. Dieci minuti, niente più: ecco quanto dura il Catania, sempre più stanco, sempre peggio. Più aumentano le sconfitte, più aumentano gli infortunati. Preparazione sotto accusa, panchina di Maran che traballa. Gira voce di uno spogliatoio sempre più in crisi: il Catania pareggia la seconda in casa contro il Parma. I tifosi fischiano, i giocatori quasi si fischiano da soli. Sui giornali si racconta di un gruppo allo sfracello, brutta copia della squadra dello scorso anno. Tifosi sempre più tristi. Allenamenti a porte chiuse, gioco sempre più deludente. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" ancora, ancora e ancora. Plasil fa esplodere lo stadio, Castro lo fa quasi piangere di gioia: il Catania si rialza, il Chievo è battuto. Lode a Maran e al presidente Pulvirenti: la stagione inizia da qui. Si va a Roma, contro i biancocelesti "dell'amico" Claudio Lotito: la squadra "dura" quindici minuti, poi i giocatori guardano la partita da spettatori non paganti. Torna la tristezza, Maran deve andar via, il presidente ha sbagliato tutto. Ancora Pitu contro il Genoa, ancora un disastro: Legrottaglie aveva fame di gol, ma sbaglia porta. Piovono i fischi, sempre più pesanti. I giocatori applaudono, ma cosa applaudono? Il Genoa si rialzerà, il Catania no. Contro il Cagliari cambia qualcosa: non si vince, si perde, Maran via. Arriva Gigi De Canio. Il malcontento aumenta, le perplessità con lui. La partita contro il Sassuolo è uno spareggio: contro la peggior difesa del campionato il Catania riesce a non segnare. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra". Ma da uno che rassicura i tifosi dicendo "non ho la bacchetta magica, lotteremo fino all'ultimo minuto della stagione" cosa ci si può aspettare? Il Catania va sempre peggio: perde allo "Stadium" contro la Juventus e perde anche Bergessio. In settimana aveva perso anche Barrientos e Plasil, che si aggiungono ad Izco, Bellusci, Spolli, Peruzzi, Monzon, Almiron, Boateng, due raccattapalle e un tifoso nella lista degli indisponibili. Il Napoli fatica ma distrugge i rossazzurri: è 2-1 al San Paolo. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra", per l'ennesima volta. Maxi Lopez viene lasciato dalla moglie per Maurito Icardi e, con la testa più leggera (in tutti i sensi), segna il rigore che fa vincere al Catania la partita contro l'Udinese: i friulani dominano, i siciliani tirano una sola volta. "L'importante era vincere", i tifosi "apprezzano", diciamo. La nazionale di Prandelli regala alla squadra due settimane per affinare i meccanismi di gioco, De Canio rassicura sempre di più i tifosi: "Dovremo lottare fino all'ultima partita per salvarci". Catania, città, è triste, rassegnata, sconsolata. I media difendono la società e il gruppo, negano l'evidente difficoltà. La nazionale ha finito le amichevoli per questo 2013, si riparte dalla Torino "granata": cambia lo stadio ma il Catania ne prende quattro lo stesso. Legrottaglie si ferma a pregare, "immobile", lasciando palla e un corridoio al vero Ciro Immobile: è 1-0. Al secondo ci pensa Guarente con un assist a El Kaddouri. Due cambi prima della fine del primo tempo: dentro Pitu e Leto, fuori Guarente e Castro. Piovono insulti a De Canio, spogliatoio sempre più spaccato. Voglia di spegnere la TV, tifosi frenati dalla fede calcistica. Barrientos inventa, Maxi rifinisce, Leto conclude: splendido gol. I tifosi hanno fatto bene a non spegnere la TV. E' finita la partita, il Catania non gioca più e incassa: prima Moretti, poi un regalo a El Kaddouri. Con chi si sblocca il belga? Primi gol in Serie A, prima doppietta. Cerci ne sbaglierà cinque o sei sottoporta. "Ci rialzeremo, ho visto una buona squadra" diranno. Catania è stanca, il Calcio Catania è stanco, i tifosi sono stanchi. 9 punti e ultimo posto in classifica condiviso con il Chievo Verona. Strano destino di chi nella stagione 2006/2007 si contendevano la salvezza all'ultima giornata. Cosa è successo al "piccolo Barça"? Catania riflette, sorride amaro e piange, perché l'unico sorriso di una città continuamente in difficoltà si è trasformato in un cupo e triste broncio.
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