domenica 18 giugno 2023

Parresia 3.0, Vol. 1: Messaggio a spirale

La chiamano "stupid walk" perché "rimuginio", bello, crudo e scarno risulta depressivo. E invece è proprio "rimuginio". Bello, crudo e scarno. Nella forma, mica nella sostanza. Non ho più fame, nonostante gli stimoli non manchino. Bevo poco, pur vittima dell'arsura. Cerco solo risposte: o meglio, risposte alternative. Perché quelle a mia disposizione non c'è verso di farmele andar giù.

Ogni mio sogno si conclude con un messaggio a spirale, di facile decifrazione: so cosa sono. So chi sono. Ma non riesco a uscire: intrappolato da forze simboliche che conducono all'inesorabile ammissione d'impotenza, di fronte all'evidenza. E non c'è rassicurazione che tenga: ho perso il conto, dei giorni andati. Tutti uguali. Ho perso il conto, delle docce a stemperare il calore delle mie paure. Sempre crescenti. Ho perso il conto, dei pranzi e delle cene solitarie. Rimuginando.

E l'arsura, che nuovamente mi attraversa, non riesce a comprendermi, isolandomi. Non è la sola. Di tante cose ho sete, ma di nessuna tra queste riesco ad abbeverarmi. Di molte cose ho fame, ma di poche tra queste riesco a saziarmi. Al centro della spirale, imploro una risoluzione: muto. O inascoltato. 




sabato 31 dicembre 2022

Parresia 2.0, Vol. 8: La fine del viaggio

Alla fine del viaggio posso dire di aver compreso pienamente quello che il destino ha riservato per me, nell'anno più difficile da quando ho memoria. Non ho mai apprezzato il dono della vita come adesso, neanche quando, felice, pensavo di non potermi più sorprendere: che il resto della mia esistenza potesse essere gestito con la stessa autonomia di un sistema predefinito, pur in positivo. Ero felice, ma incosciente.

Inconsapevole del fatto che di lì a poco la fonte delle mie gioie si sarebbe trasformata in brutale carnefice: pura apparenza. Ho ripagato il debito con il karma: questo devo ammetterlo. Quel che ho fatto prima del disastro, ho provato a spiegarlo al tribunale delle cattive intenzioni, è stato solo uno sprazzo di follia: un momento di perdizione. Di smarrimento: non l'ha mai saputo. Forse sì, forse le è stato riferito: non importa più. Non è solo successo, è anche passato: conta che io abbia ripagato il mio debito col karma. Giusto così.

Sorrido, comunque, per quel che sono riuscito ad apprendere, di me e del mondo circostante. Per quel che sono riuscito a superare, con nuove consapevolezze: la vita si rinnova. Io mi rinnovo: respiro, profondamente. Un altro viaggio pretende il suo inizio, reclama attenzioni, pretende fiducia: in fondo, perché non dargliela?




martedì 4 ottobre 2022

Parresia 2.0, Vol. 7: Meta-Vita

Ho oltrepassato da parecchio la soglia della mia immaginazione visibile: adesso è Meta-Vita, quella che si palesa ai miei occhi ovattati dal peso insostenibile del cuscino doppio, inutilmente stropicciati mentre prendono coscienza, o almeno ci provano, dell'articolato meccanismo che trasforma il caffè in polvere in una poltiglia torbida, migliorata da quintali di zucchero.

Lei se n'è andata. E' questo l'appunto ricorrente che la mia testa ricorda quasi fosse un mantra: non l'hai persa. Se n'è semplicemente andata. Ha deciso così: un giorno, forse settimane prima, ha rimesso insieme i cocci della sua volontà, li ha raccolti e se n'è andata. E figurati: è un bene, se ci pensi, non dover sopportare il macigno della vergogna per una fuga senz'anima né onore che no, proprio non ti riguarda più. E' il fastidio, semmai, a pesare: il caffè, comunque, è salito. Chissà come ci riesce.

Dalla doccia in poi ciò che mi circonda riesce ad assumere i caratteri propri dell'inaspettato: tutto ciò che accade è crudelmente imprevedibile, e questa nuova consapevolezza non fa altro che rinnovare la sorpresa, naturalmente alimentata dal trasferimento improvviso, ma non per questo non ponderato, in una città lontana anni luce dalla mia idea di futuro-passato. E non passato-futuro.

Non sono più la persona che pensavo di poter essere e diventare: i miei stessi progetti hanno superato i limiti stabiliti da anni trascorsi a disegnare scenari fittizi e strade impraticabili, preferendone altre accomodanti. Adesso è Meta-Vita. "Oltre-Vita": quella che avrei immaginato. Sto vivendo. Sto vivendo?

 




mercoledì 4 maggio 2022

Parresia 2.0, Vol. 6: A Me, da Me, per Me

Nulla può più cogliermi alla sprovvista, ormai. Tutto ciò che non mi sarei mai aspettato potesse accadere è accaduto, seguendo pedissequamente i principi di una Legge di Murphy misurata sulla mia pelle. Taglia perfetta da indossare al gran galà della mia trasformazione, della mia evoluzione. La città è persa, il battaglione sconfitto, le strade cadute. I ponti crollati. Bei tempi andati, cosa fare di voi ora che siete solo polvere di stelle?

Mi taccio, perché a furia di essere ignorato dal vento contrario è terminata la voce della rivoluzione che contrasta l'implacabile e prorompente forza del cambiamento. Anima e corpo, senza distinzione. Non è forse questo il senso ultimo del mutamento? Non è forse ciò che provano i bruchi quando, pur di non soffrire, resistono all'inevitabile destino che si compie, rendendoli farfalle? Librate nel cielo di primavera, inconsapevoli della bellezza.

"Spero che un giorno ne sarà valsa davvero la pena", è stato il mio ultimo messaggio. Ho rassicurato me stesso, poi tutto il resto. Non ne ha mai avuto bisogno, come ampiamente dimostrato dalla sua plateale sparizione: mancò la fortuna, ma questa volta anche il valore. Io sì, però. Bruco incosciente. Verme solitario.

Sulle mura della mia quiescenza ho inciso i versi della rivoluzione: "A Me, da Me, per Me". Lo devo. Alle notti insonni e ai pasti evitati. Alle paranoie e ai cattivi pensieri: ai salti nel vuoto scansati. Alla fine scritta con mano tremolante e alla farfalla che un giorno, sembra presto, diventerò: lasciando scie di tempi andati, ormai polvere di stelle.


sabato 23 aprile 2022

Parresia 2.0, Vol. 5: Amore e Morte

L'ultimo ricordo personale di mia nonna, recentemente scomparsa, è l'immagine di un mazzo di fiori posto in maniera geometrica e scientifica sopra la sua bara, all'interno della camera mortuaria. Una stazione di servizio per defunti, nulla più. Forse una sala d'attesa: il loro personalissimo Purgatorio, non necessario, se non burocraticamente. Alla tumulazione ho preferito non esserci: se c'è uno spazio inaccessibile alla formalità, riguarda senza alcun tipo di dubbio la celebrazione di una morte. Non c'è giusto o sbagliato: te la senti o non te la senti. Bianco o nero.

Ad andarsene per prima è stata la persona che più tra tutte ha preferito la via del silenzio, nella sua vita: lontana dagli eccessi, per molti versi "liscia" come le penne che amava cucinare. La sua "unpopular opinion": in estrema sintesi, una di quelle cose/persone/entità che adorava e che irrimediabilmente la distinguevano dagli altri, definendola come identità. Tutte, comunque, ben al di sotto di mio nonno. Suo marito. Il suo ex marito. A detta sua il "disgraziato" che l'aveva abbandonata: mentiva.

In primis perché, probabilmente, sapeva benissimo di aver fornito necessari motivi per indurre mio nonno in tentazione. Al di là di tutto. Poi perché no, non lo ha mai dimenticato. A dir la verità non ricordo una singola discussione, un singolo pasto, un singolo giorno in cui mia nonna, presente, abbia preso la parola senza riferirsi con amarezza a mio nonno. O al ricordo della loro vita insieme.

Quando sono nato si erano già separati, o comunque stavano per farlo: per anni non si sono mai parlati, in mia presenza. Recentemente, probabilmente a causa dell'età, hanno stipulato una sorta di "patto di non belligeranza" che prevedeva la possibilità di coesistere nello stesso spazio per questa o l'altra ricorrenza senza alterare l'ecosistema circostante. Spettacolare. Il silenzio reciproco, mascherato da un imbarazzante rispetto, diceva tutto. Si erano amati, è sempre stato evidente. Forse è anche per questo motivo che il primo a crollare emotivamente, alla notizia della sua morte, è stato proprio mio nonno. Colpito nel profondo, persino impaurito.

Se n'è andata come avrebbe voluto, simbolicamente. A pochi passi dall'ingresso della camera mortuaria, pochi familiari a contemplare la scarna visione della bara con un mazzo di fiori casualmente e inconsapevolmente scelto tra i tanti dal servizio di pompe funebri. Messaggeri del caso. Per uno scherzo del destino, il mazzo di mio nonno. Il "disgraziato". Lo ha inseguito per tutta la vita, amato fino alla morte. L'ultimo regalo che il fato ha scelto per lei è quello di suo marito: Amore e Morte. Avrebbe voluto rifiutarlo per non ammettere di non aver mai desiderato altro. 
 
Questa l'ultima immagine che avrò sempre di mia nonna. Una bara decorata da una composizione semplice arricchita da una scritta altrettanto diretta, scelta da mio nonno per il nastro chiamato a raccogliere i fiori: "PAX". Pace. Finalmente sono riusciti a dirselo.
 




lunedì 4 aprile 2022

Parresia 2.0, Vol. 4: Macerie (stellari)

Non lo sapete, sicuro. Alle 18 di ogni giorno uno dei più accreditati siti italiani sulle letture astrali pubblica "L'Oroscopo di Domani". A tal proposito tiro fuori il punto di vista di un conoscente che, con una birra in mano, provò a farmi notare che le previsioni degli astrologi sono piene zeppe di luoghi comuni o "mezze frasi", adattabili a ciascuna situazione. Nel mio caso non è così: forse è anche per questo motivo che di quel sito lì sono diventato ormai un assiduo (e appassionato) lettore. Sì: schiavo dell'Oroscopo e di Paolino Fox, alla ricerca della salvezza.

Mica ci credevo, io. Forte di anni trascorsi a fregarmene della superstizione, illuso di aver trovato il mio posto nel mondo. Macché. La realtà mi ha sputato in faccia la drammatica consapevolezza di essere al centro del cinico gioco di qualcun altro: non conto nulla, a partire da "ieri". E non posso farci niente: anzi, razionalmente conscio di essere nel giusto, devo rassegnarmi all'idea che chi ha tenuto le redini della mia anima abbia deciso, ahimé, di indirizzare i propri interessi altrove, senza logiche né dichiarate spiegazioni. Fine della corsa. Un giorno c'ero, l'altro ero solo un nome. Parte delle macerie. Ignorato.

Per rendere chiaro il concetto: mentre scrivo queste righe (con malcelato risentimento) mi ritrovo ad aggiornare spasmodicamente il canale YouTube della Rai in attesa della nuova clip di Paolino intento a stilare la classifica dei segni. Perché? Perché ha avuto ragione, in primis. Ha azzeccato tutto: ultimi istanti di vita, morte e funerale di una delle esperienze più formative a me note. Ciò, comunque, non è bastato a evitare la fine, già decisa per tempo e inutilmente aggravata dalla dilazione.

Poi perché in fin dei conti l'unica cosa rimastami, dopo innumerevoli e inutili tentativi di reazione, è la speranza che un giorno possa abbandonare il vortice di negatività che ha buttato giù il castello faticosamente costruito negli anni, adesso null'altro che un cumulo di macerie. Che il tempo possa ripagare i giorni trascorsi a chiedemi "Perché?", offrendomi nuove possibilità di redenzione slegate dalle ambizioni e dalle aspettative (vitali e sentimentali) altrui. O semplicemente che il mio segno venga messo, dopo tanti mesi, in cima alla classifica. E, signori: è successo davvero.

 



lunedì 14 marzo 2022

Parresia 2.0, Vol. 3: Pensiero acritico

L'ultimo ricordo conscio di tutto ciò che è accaduto prima che mi risvegliassi dall'ennesimo sonno profondamente disturbato dai toni grigi è il volto di un'anziana che, dopo aver afferrato il mio braccio, ha sussurrato con saccenza profetica tre parole distinte. "Più-a-fondo". Ridendo.

Sono sopravvissuto, questo so. Posso ammettere di aver affrontato lo tsunami con la stessa goffaggine di un marinaio alticcio e consapevolmente prossimo alla dipartita, eppure ce l'ho fatta. Non so come, ma sono qui, ancora. Forse è anche per questo motivo che con ossa e muscoli intrisi di nervosismo mi sono sentito in dovere di ringraziare quel poco che è rimasto della mia identità con un viaggio apparentemente di sola andata verso l'ignoto. 

Così, svestito del solito abito tirato a lucido che mi consente di passare indenne la notte, mi sono riscoperto un novello Forrest in preda a un'euforica e isterica voglia di correre senza una meta. Tuta, maglia termica, scarpe. Esco un attimo e ci ripenso: rientro, metto anche una felpa. Piove, ma si parte. Le gambe mi hanno restituito la speranza dei giorni migliori e briciole di normalità, mettendo da parte l'atrofizzante delusione che da mesi ha condizionato il mio umore.

Dovevate vedermi, in preda a una crisi, sotto la pioggia, squadrare gli automobilisti in fila per il pieno. Ma, in fondo, chi sono io per giudicare? Un pazzo zuppo al secondo di indefiniti chilometri: o, almeno, questo dice l'orologio supertecnologico che ha scandito le parti meno interessanti della mia avventura. In ordine sparso: diverse migliaia di calorie bruciate, un passo medio di otto chilometri orari, una frequenza cardiaca media di centosessantadue battiti. Che è già una notizia: sì, insomma, batte. Sono vivo.

Per certi versi deve averlo pensato anche chi, dall'auto ferma in sosta a mirare il panorama, si sarà posto più di una domanda sul mio equilibrio mentale alla vista di una sagoma intenta a fumare una sigaretta sotto il diluvio e a ridere di gusto. Se questa è la fine, ho pensato, che sia indolore, senza giudizio, ma con pensiero acritico. Per una volta ho avuto ragione io.

 



martedì 1 marzo 2022

Parresia 2.0, Vol. 2: Riluttanza

E' con profonda riluttanza che annuncio la vergognosa dipartita delle mie emozioni positive, carbonizzate dal buonsenso, ingenuamente e involontariamente ereditato dall'egocentrismo che mi ha sempre contraddistinto. Amen.

L'ultima preghiera che ho rivolto loro è stata la sintesi di piccoli rivoli ben distinti, nel flusso di coscienza che ha accompagnato l'ultima epifania: non conto nulla. Non contiamo nulla. Forse qualcuno conta più di altri, ma io no: ecco. Che poi, in fin dei conti, anche questo è frutto di un certo egocentrismo che no, non vuole proprio abbandonarmi. Stoico com'è, mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni.

Ultimamente ho realizzato di essere stato anche possibilista: il che stride con il pensiero che ho sempre creduto di portare avanti. "Sii pessimista, al massimo le cose non potranno che sorprenderti positivamente", mi son spesso detto: ho corretto il tiro, senza neanche accorgermene. "Mal che vada, succede qualcosa: è pur sempre una possibilità". Affidandomi al caso, certe volte potrei raccontare di aver trionfato, lasciando dietro di me una scia di boria e orgoglio. Altre ho perso.

Di certo non mi aspettavo un tale risultato: un pareggio a reti bianche. Uno scialbo pari. Meh. Preferirei perdere novantanove volte su cento, ma pareggiare no: non sa di nulla. Nessun processo alle intenzioni, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna soddisfazione: solo dubbi, retropensieri e sterili analisi. Un silenzio stampa, insomma. Inaccettabile.

Qualcuno troverà persino il coraggio di dirmi, un giorno (forse), che si è trattato solamente di una pura coincidenza di fattori: il campo zuppo di lacrime, la scarsa condizione fisica dei giocatori, il falso rimbalzo del pallone. Gli impegni ravvicinati in calendario, quest'ultimo stilato, ovviamente, dalla Lega organizzatrice del torneo. Il pari non è colpa di nessuno: semplicemente capita. Sta lì, in mezzo a una stagione, tutt'al più "muove la classifica", ma no: continua a non sapere di nulla.

Sia chiaro, sono stato deluso tante volte, ma l'ultima è sempre la più dura: ed è la causa di un certo stato d'animo riluttante, almeno quanto la sensazione provata di fronte alla dipartita delle mie emozioni positive. Se sono stato possibilista, ho sbagliato: meglio essere pessimista. Fuggite da chi preferisce il pari senza spiegazioni, da chi sceglie la via di un'indifferente e vergognosa ritirata. Perdete, piuttosto: sarete vivi. Sarete sinceri. Sarete umani, almeno.


venerdì 18 febbraio 2022

Parresia 2.0, Vol. 1: Evadere

Me ne vado. Anche se sempre men evado. Alla fine, però, me, n'evado mica. Ho trascorso così tante sere a domandarmi quale fosse la ragione, anche solo la più logica, che mi ha costretto a mollar tutto e andar via che mentalizzato a vedermi lontano mi son sentito talmente distante da me stesso che, in fin dei conti, quella di restare mi è parsa un'idea rivoluzionaria. Eppure sì, me ne vado.

Questo mondo non mi appartiene più, finito tra i vecchi scontrini e le garanzie mai esercitate. Sempre più rosato, ma dal sapore scialbo. Me ne vado innanzitutto perché non vale più la pena né il mio corpo sembra aver più la forza di affrontare l'ennesima deludente stagione delle promesse non mantenute. Perché di primavere, dalla mia stanza, ne ho già viste fin troppe: nascere, morire, nel profumo dell'ennesima estate che non sarebbe mai stata mia. Poi me ne vado perché ad esaurirsi non sono state solo le mie più lucide proiezioni relazionali e lavorative, quanto la lista di canzoni malinconiche che Spotify seleziona tracciando i miei gusti. Sono sempre stato un tipo da Earth, Wind and Fire, ma non posso escludere una certa vena masochistica.

Me ne vado per non rendere vani i sacrifici degli ultimi dieci anni trascorsi a costruirmi e ricostuirmi sotto i colpi dei bombardamenti nemici, con qualche sporadico intervento degli alleati. Anche loro, però, del tutto ininfluenti, vittime dell'indifferenza e dell'assuefazione di un mondo votato al prodotto e non al percorso. Si fa quel che si può, vorrei dire loro: se non son stato perfetto, almeno ci ho provato.

Infine me ne vado per la fulgida illusione, pure un presentimento, che oltrepassato il guado ci sia un orizzonte diverso da mirare con più soddisfazione. Che le repressioni vissute con angoscia siano solo la scia nel cielo di nubi che inutilmente provano a rincorrere il sole. Che possa ritrovare la spiritualità che ho perso e, perché no, recuperare i "vaffanculo" che inutilmente ho speso, indebitandomi con il mio tempo libero. Quello no, so già di non poterlo recuperare. Anche per questo me ne vado. Anche se sempre men evado. Alla fine, n'evado mica. Anche perché dov'è che vado?



sabato 30 maggio 2020

Parresia, Vol. 10: Dio e le cicale

"Solo un Dio ingiusto può permettere il fastidioso gracchiare delle cicale": questo l'ultimo messaggio archiviato sgraziatamente dalla mia Coscienza, mercoledì pomeriggio.

Negli ormai-sempre-più-costanti dialoghi con la parte di me che più tra tutte odio, quella che mi riporta alla memoria i nefasti di un trascorso che avrebbe potuto raccontare mirabili imprese (o, più semplicemente, azioni volte alla mia salvaguardia e non alla mia distruzione), ho trovato una via d'uscita: una porta sul retro, una scappatoia. Nonostante i continui tentativi nel disinnescarmi, sono riuscito a guadagnare un discreto margine di manovra nel ristrettissimo spazio che mi concede, dal suo ritorno, la Coscienza. In breve: tra quelli archiviati in segreteria dopo il "beep" della fase REM (e tra uno spam e l'altro di prodotti visionati sui social) ascolto esclusivamente i messaggi più importanti.

L'ultimo mi è parso fondamentalmente interessante: testualmente, "Solo un Dio ingiusto può permettere il fastidioso gracchiare delle cicale". Ora, premesso che quello delle cicale è un "frinire" e non un "gracchiare" (la mia Coscienza ha evidenti lacune in tal senso), a differenza di tante altre riflessioni questa, seppur sgraziata, insolitamente non mi è parsa priva di senso. La misantropia che da sempre colora le mie giornate si è trasformata nella consapevolezza ultima della decadenza del circostante: un Dio giusto, qualora esistesse, con ogni probabilità non ammetterebbe in un mondo saturo di opinioni (viva la libertà d'espressione) i canti stonati di chi tende ad infastidire, in maniera conscia e lucida.

Perciò sono giunto ad una conclusione: essendo le cicale consapevoli, pur nella loro ingenuità primordiale, del fastidio arrecato alle nostre orecchie, servirebbe un'entità superiore a porre un freno alla loro vanità. Ma così non è: o se è, essa presta continuamente il fianco alle loro discussioni insopportabili. Connivente. Così noi, nello stesso mondo saturo di opinioni (di prima), ci sentiamo in dovere di "gracchiare" ("frinire") tutti quei pensieri che noi stessi riteniamo fuori dal mondo. Fuori dalla ritmica musicale: semplicemente fuori dal lecito. Vanitosamente, per raccontare qualcosa. Per confermare la nostra presenza, per dire che esistiamo: che ci siamo.

Che siamo: cicale e non più uomini. Barocco fuori e profondo vuoto dentro: come questo pezzo. "Gracchiare" vanitoso, senza scopo e senza Dio.


sabato 2 maggio 2020

Parresia, Vol. 9: La sindrome dell'incompletezza

Ebbene sì, diagnosi impietosa. Soffro della sindrome dell'incompletezza. A dir la verità, lo sospettavo da parecchio: più o meno da quando non riuscivo a darmi pace per quel bicchiere di tè lasciato a metà in un freddo pomeriggio d’estate, seduto di fronte alla replica di una partita di calcio olandese. Avevo otto anni, forse nove. In ogni caso. E' una sindrome personalissima nel suo essere "sapida". A tratti paranoica. Forse è proprio per questo che mi sono recato da uno specialista: il migliore, il Tempo, si trova attualmente in ferie giustificate (e pagate). La segretaria, l'unica a tenere lo studio aperto, mi ha comunicato le sue ultime volontà, lascito di chi non ha intenzione di rientrare in fretta: "Prego, recarsi dal dottor Silenzio. Allievo sapiente, a buon prezzo", recitava il bigliettino scritto a mano con rigore e solito tremolio. E così fu.

La sala d'attesa del dottor Silenzio offre spazio e respiro: incastonato tra l'appartamento di un misterioso e losco rappresentante di ricambi di automobili e simili, tale Tony Rimpiazzo, e l'attico di uno dei più importanti avvocati della zona, il dottor Giudizio, quello del dottor Silenzio è stato eletto a "miglior studio professionale" della città di Sentimenti dalla rivista "Premi a caso per alcune case: edizione premium", superando di misura la casa di cura con piscina del sindaco (e filantropo) ispanico Jorge Corazon. Ma di questo parleremo un'altra volta. Divorate le riviste che ornavano la sala d'attesa da decenni (perché, si sa, è prassi e buona educazione mostrare curiosità e finto stupore per notizie di gossip trite e ritrite, prima di essere ricevuti in visita), e sedutomi di fronte all'imponente e insolitamente ordinata scrivania del dottor Silenzio, la prima diagonsi alla lettura delle analisi fu spiazzante: "Signore, lei deve dimagrire". Come? Io? "Sì, sì, proprio lei: cos'è, stupito? La scienza non mente! I valori della confusione sono troppo alti, così come la quantità dei pensieri nel sangue. Mi dica, quante ore dorme al giorno? Di corpo è regolare?". A me sembra tutto ok, a dire la verità: il sonno non mi manca, anzi. "Ecco, visto? Dorme troppo! Classico caso di "evasione inconscia", come direbbe il professor Leser von Emotionem. Allora, cos'è che le dà noia?". Tanti sono gli aspetti del vissuto che mi annoiano, in realtà: le bugie, ad esempio, o la convenienza. Poi, poi... l'altezza. Soffro di vertigini e la cosa mi restituisce non poco fastidio. "Come sospettavo".

Me lo avevano descritto in maniera assai fedele, il dottor Silenzio: fronte liscia, guance scavate. "Capirai che avrà compreso ciò di cui soffri quando il sopracciglio sinistro supererà l'altezza imposta dai muscoli", mi dissero. E così è stato. "Caro mio, è evidente: lei soffre della sindrome dell'incompletezza". Cioè? "Mi dica, cos'è che prova quando si affaccia dal balcone, guardando il suolo a due piani di distanza, con l'irrefrenabile voglia/tentazione di spingere il suo petto verso la ringhiera per vederlo ancor più da vicino, mentre il cuore si stringe in un urlo d'aiuto, riluttante all'idea di scivolare giù e schiantarsi contro la sua più grande paura, la morte?". Curiosità. "Proprio così: curiosità". Tutto ad un tratto mi fu più chiaro, ma il dottor Silenzio proseguì ugualmente: "Quando il peso della testa si fa più grave, mentre l'orizzonte inizia ad ondeggiare e i polmoni si gonfiano d'aria e preoccupazione, cos'è che pensa? Di cosa è curioso, precisamente?". Di scoprire la vita com'è, senza vertigini. O come deve essere vivere senza paranoie, o che significato hanno, queste. E se cado? Cosa succede al mondo "dopo"? Continua ad esistere, chiaro: ma a me? A loro? Che succede a loro? C'è dell'altro?".

Il dottor Silenzio si girò, prese in mano una pipa, due pizzichi di tabacco e si mise a fumare. "Ha già la risposta, mio caro. Può saldare il conto al banchetto della mia segretaria", e mi liquidò. Il mondo mi cadde addosso. La diagnosi, come detto, fu impietosa: almeno per me. I sospetti erano fondati. Ripensai, quindi, a tutte le volte in cui ho sofferto d'incompletezza: sempre. E anche quando completo una certa cosa, cerco significati e spiegazioni postume, e chiaramente possibili sequel. Citazioni inesistenti: segni del e dal destino. Nella ricetta medica ha scritto due indicazioni: "Dimagrire", la prima, "Smettere di dormire", la seconda. Materiale a sufficienza per la riabilitazione dei sensi. Forse è solo una scusa per ritornare a vivere: forse è solo un motivo in più per dare significato a qualcosa. Ahia, eccola lì, di nuovo: l'incompletezza. Come non detto.


domenica 5 aprile 2020

Parresia, Vol. 8: Al di là del destino

Il sol fatto che io stia ascoltando Enola Gay muovendo ritmicamente il piede destro mentre il resto della mia stanza ascolta il silenzio filtrato dalle mie cuffiette definisce perfettamente lo sviluppo della mia situazione personale. La quarantena (che a questo punto si presenta come ordinaria realtà rispetto a quanto accaduto prima) offre il più diretto tra i treni verso il reciproco ricongiungimento con la coscienza: che, tra l'altro, nel mio caso era stata dichiarata "latitante" da tempo da tutte le principali emittenti teleradiofoniche (e non) di quel paese meraviglioso che è il mio cervello. Sì, insomma, bel quadretto familiare: me, myself and I a colloquio con la mia stessa coscienza. Avrei voluto trovarmi altrove.

Fatto sta che sono qui a scrivere in prima persona (mai accaduto prima) in quello sfogatoio (o raccoglitore di sputi) che è Parresia. Spotify ha cambiato canzone: ci sto un po' a rielaborare i pensieri. Quindi, dov'eravamo? Ah sì: il ricongiungimento con la coscienza. Avreste dovuto vedere la scena quand'è accaduto. La mia classica posizione da "faraone in un sarcofago" (e ciaone alla cervicale) è stata disturbata, in piena paralisi da sonno, dal pensiero che mi ha portato qui. Ricordo che prima di addormentarmi riflettevo sulla forma e sulla sostanza del termine "caustico": poi, come se non fosse già abbastanza strano sognare di essere elegantemente zuppo, dalla testa ai piedi, in una vasca in compagnia di economisti e donne allegre a discutere dell'origine della tequila, sono entrato in quella dimensione meravigliosa tra il sogno e il dormiveglia, ripetendo versi a caso che facevano da sottofondo musicale alle immagini (veloci) delle principali città italiane, classiche dei titoli di testa dei telegiornali. "Gli sovvenne un lampo tra la coscienza e il nulla", recitava il primo. "Al di là del destino", il secondo. Gli altri, vi dico, onestamente, non li ricordo neanche.

Ripeto: avreste dovuto assistere. Il ritrovamento con la mia coscienza è avvenuto esattamente così: di notte, in solitudine, con gli occhi spalancati di chi aveva appena visto il proprio cadavere raccontare quanto fosse divertente la vita dopo la morte, con la sigaretta in mano. Il mio goffo tentativo di affogare la riscoperta della mia coscienza in una playlist di video stupidi su Youtube non ha spento, ahimè, la macchina infernale che all'interno della mia scatola cranica lavora incessantemente per darmi fastidio (deve essere proprio la sua più grande passione). Non è che non voglia avere più rapporti con la mia coscienza, intendiamoci: è che farsi scivolare addosso il mondo è semplicemente più conveniente.

Ora: il senso di tutto questo io lo conosco bene. Dei versi di prima, intendo. Coscienza e destino sono due concetti che fanno a botte pure se li leghi ad una sedia, figuriamoci se li lasci liberi di confrontarsi nello spazio infinito della mente. E il fatto che la mia coscienza si sia mostrata così contenta di vedermi giustifica completamente la reazione di eccessiva sorpresa che mi ha accompagnato finora, visto che ho provato più volte a commissionare la sua morte al destino, amico fidato. O coscienza, o nulla: questo è il lampo. "Al di là del destino", perché questo fa la coscienza: va al di là del fato. Zero possibilità di convivenza tra le due cose. Escludo però che si tratti di una resa dei conti: dopo aver evitato la morte la coscienza era partita per una destinazione sconosciuta in cerca di fortuna. E' il suo ritorno che mi lascia perplesso. Ho sempre puntato tutti i miei averi sul destino: che sia un appello inconscio dell'amnistia richiesta dal mio orgoglio, in prigionia per bancarotta fraudolenta? Sta tutto lì, l'equilibrio: la coscienza modera l'orgoglio, l'orgoglio modera la coscienza. E sullo sfondo il destino. Triarchia della vita.

Non importa. Almeno, per adesso. La sensazione è che la quarantena sia solo a metà del suo corso: arriveranno giorni più divertenti. "Ne usciremo migliori": io dico, invece, che ne usciremo peggiorati. Con più dubbi di prima, con più questioni da risolvere. Che sia questa una possibilità di ricotruirsi nell'animo? Che sia questo un passaggio spaziotemporale che annulla le distanze tra passato e futuro? Forse è proprio questa la definizione della contrapposizione tra "coscienza" e "nulla". Troveremo altri pensieri da affogare, altre noie da ignorare. Ne usciremo diversi: questo sì. Al di là del destino.


domenica 29 marzo 2020

Parresia, Vol. 7: Cose importanti

A chi importa del mare, quando le onde dell'infinito andare placano la voce dei desideri nella schiuma? A chi importa del vento, quando anche l'ultima foglia stramazza al suolo insieme al progetto del perfetto e quieto vivere? A chi importa della luce del sole, quando la notte sopraggiunge inarrestabile, danzatrice del ventre di scarsa speranza, ma di lunghe e oscure intenzioni?

E dite, a chi importa del fumo delle case, delle urla taciute e della noia assecondata, quando gli squarci della terra prendono per mano quelli dell'anima? Disegno imperfetto della tragedia umana: consapevolmente infelici. A chi importa del tempo, quando anche l'ultimo mal di testa è scappato via, insieme alle speranze di una nuova e incosciente malattia? E ancora, a chi importa del gusto e dei colori, quando la vista impone l'astigmatismo dei sogni, accorciandone il distacco dagli incubi?

E a chi importa delle decisioni, delle incertezze, dei passi indietro e di quelli in avanti, delle strade e degli accennati sentieri, delle stagioni e della stasi, dei muscoli e delle articolazioni del pensiero, quando la differenza supera l'identità del nostro vivere, riducendo tutto a incessante e infame movimento?

A me importa.



lunedì 16 marzo 2020

Parresia, Vol. 6: Abbiamo perso la nostra dignità

Abbiamo perso la nostra dignità. I tempi frenetici hanno provato ad avvertire dolcemente le nostre coscienze, fallendo mestamente: non abbiamo ascoltato i loro richiami. Abbiamo perso il nostro mondo, le nostre cose: abbiamo lasciato che il destino le divorasse dall'interno risalendo alla superficie del loro corpo, e che su di esso incidesse i segni della trascuratezza. Voragini piene di sospiri eterni.

Ci siamo fatti ingannare dai cartomanti della fermentazione delle abitudini: i teorici del progresso dell'umano volere. E così ci siamo persi nella commedia dell'esistenza che ci vede apparenti protagonisti di quel racconto impersonale qual è, appunto, la vita. Persi, ancora, nel ruolo di punto più importante di un tratteggio dolce, sputato su un foglio già sporco di linee che non conoscono provenienza e che pretendono consapevolezza del senso ultimo. Sciocchezze. Questo siamo. Ma ciononostante abbiamo perso la nostra dignitià, svilendo la precarietà della realtà, ove ancora possibile. L'abbiamo resa nullità: impresa eroica per piccoli ammassi di carbonio (neanche fin troppo consapevole).

Friedrich ci aveva avvisati. Non meditiamo più. Non c'è più silenzio in noi. Offriamo continua ospitalità ad "una macchina dall'inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare". Ci siamo noi e la nostra mente mondana: complesso dall'inspiegabile egocentrismo. Non siamo protagonisti: siamo comparse. Al massimo commedianti della seconda linea. Protagonisti sono i nostri movimenti in sincrono, le nostre parole in rima, le nostre esistenze unite. Ma che importa, adesso che abbiamo svuotato di ogni dignità le cose? Ora che non ci prepariamo più a meditare su di esse, ma a fingere? Ora che c'è troppo poco silenzio e troppa velocità di riflessione sulle stesse? Cosa sono queste senza dignità? Nulla: come noi. Come tutto. E come ciò che non è, allo stesso tempo viene ad esistere: ma senza senso alcuno. E', e basta. Ed è qui si compie la tristezza dell'abbandono irreversibile. 

Piangiamone. Abbiamo perso la nostra dignità.



sabato 7 marzo 2020

Parresia, Vol. 5: Il panchinaro

Siede comodo, il panchinaro: colui che sente spiritualmente il peso della sfida con un mondo che ha preferito, per lui, il ruolo di assistente. E lui per tutta risposta assiste, in duplice senso: assiste gli altri, nel senso di supportare, e assiste gli altri, nel senso di guardare. E' un assistente della vita: respira le emozioni in modo distaccato, con un privilegio in più rispetto ai comuni. Può sognarle, ma senza toccarle. Privilegio raro: sia mai che ci si sporchi le mani di quel delitto immondo qual è l'errore.

Come può essere definito questo se non, appunto, un privilegio? Il non essere chiamato in causa, seconda scelta da sempre, porta sempre benefici: meno fai, meno sbagli. Quindi siede comodo, il panchinaro: puntualmente pronto ad entrare, ma conscio di non poter mai essere protagonista. "Meglio lasciar fare il grosso agli altri": a lui spettano gli ultimi minuti. Quando va bene. In caso contrario doccia calda rigenerante: non si è corso neanche oggi, ma se questa deve essere, la vita... Sì, insomma. Bisognerà farsene una ragione, una volta in più. L'abitudine di un vissuto da assistente, d'altra parte, gli è utile: e se per caso capita la grande occasione, quella da titolare per indisponibilità delle prime linee, beh, la si sfrutta nel migliore dei modi. Da operaio: stucco e spatola, si porta a casa la giornata. Sia mai che l'allenatore vada in difficoltà... no, meglio tenersi la panchina. Posto sicuro.

Diventa persino il "distrattore" dai cattivi pensieri, sempre pronto a dare il cinque a chi esce dal campo: "bravo, bravo", e via di pacca sulla spalla, offrendo la borraccia. "Grande oh, quel colpo di tacco... e quella giocata...": sa bene che non sarebbe mai riuscito a farla, il panchinaro. Limitato nelle ambizioni e nelle aspettative: agli altri la gloria, a lui la medietà. "In medio stat virtus": chissà che sorpresa scoprire che, in realtà, la virtù gli spetta di diritto molto più di quanto possa mai spettare ai titolari. Figure da mettere in mostra, pedine sporche del fango dell'apparenza "gialla" dei riflettori: è con la luce soffusa che si vedono le anime luminescenti. Tutte brave, al contrario, quelle degli altri a raccogliere la linfa vitale dei fari.

Guarda di nuovo la lista dei convocati: il suo nome è scritto con i soliti caratteri intrisi di inchiostro muto, ma il destino racconta che andrà di nuovo in panchina. E' nel silenzio della scelta di non ribellarsi che viene fuori l'anima luminescente del panchinaro. Sa bene che il non ribellarsi è la prima forma di ribellione in un mondo di urla e casinisti. E nel silenzio segue la sua strada, ascolta la voce più intima che gli confessa il più prezioso tra i segreti: un giorno arriverà il suo momento. Intanto un'altra partita ha inizio. Si siede, guarda il campo: applaude le giocate dei compagni. Assiste. Gli altri, il presente. Se stesso. Povero, bugiardo.




venerdì 28 febbraio 2020

Parresia, Vol. 4: Mal di testa


Scorre veloce, il giorno nebbioso. Fugace attimo fisso nel tempo: atipico abbraccio del caso. Uniforme: sorge e tramonta nella stessa maniera, e con fare elegante preannuncia il mistero di un orizzonte invisibile. Immaginario. Col verso del silenzio si presenta privo di fastidio, sospeso: ponte tra il passato e il futuro.

Accoglie il risveglio delle intenzioni. Dona rifugio ai sognatori. Cuce preciso, con far da sarto, l’abito invincibile del viandante nella valle delle infinite possibilità: osserva disinvolto il nervoso andare della viaggiatrice confusa. Le consegna certezze mai avute prima: o almeno, ci prova. Non deve essere semplice scendere a patti con chi fa spola tra ragione e sensazioni, senza mai ascoltarsi. Amico fedele, la avvolge di fitto velo riflessivo, offrendole il luogo di confronto perfetto tra tutti. Lo spazio illimitato del dialogo con se stessi. Tinge di bianco la pelle chiara di chi riflette i pensieri del mondo circostante: gioco di luci e ombre scandito dal passo ritmato, ed elegante, del cammino sempre nervoso e sempre nuovo alla ricerca di appigli, tinto di un non so che di ipnotico. Un “mal di testa”, insomma.

Confonde e sbiadisce: illumina e guarisce. Prosegue, la viaggiatrice confusa, mentre un nuovo giorno nebbioso le riporta alla memoria immagini di un tempo che sembra parlare una lingua sconosciuta: quel ponte, sospeso tra passato e futuro, che ritorna presente, puntuale, con il crollo delle certezze. Sistema gli occhiali, non è ancora finita. Il giorno nebbioso le ricorda che non c’è niente di più prezioso dell’istante hic et nunc nella progettazione del domani: che gli spazi illimitati esistono per essere esplorati. Che il sentiero porta sempre in dote una possibilità di rivalsa: che ogni mal di testa è il frutto del litigio tra pensieri. Il silenzio è il suo lascito, in un mezzo sorriso che racconta le sconfitte del vorrei, ma non posso. L’oggi racconta un’altra storia. Osserva l’orizzonte fitto, rivestita dalla nebbia. Ci vede dentro un motivo per andare avanti. Si presenta: il suo nome è Speranza.


martedì 11 febbraio 2020

Parresia, Vol. 3: Bisogni indescrivibili

Abbiamo tutti bisogno di appigli, nell’irreversibile scissione della coscienza. Pratiche disumane che portano al transumanesimo via psiche. Appigli come pattini verso l’oblio. Lontani dalla gaia scienza. Vicini all’autodistruzione. Questo siamo, nelle pagine più cupe delle nostre vite: lame infinite nel vortice delle emozioni.

Abbiamo tutti bisogno di luci, nel buio della notte che vede dormire la nostra coscienza. Lumi disincantati che guardano al tempo che fu, senza consegnar troppa confidenza al richiedente. Non sia mai. Il silenzio deve molto alla pazienza, la pazienza deve molto alla sua controparte: l’impazienza, a sua volta, deve molto al silenzio, nel circolo vizioso dell’ipocrisia. Mentiamo a noi stessi prima ancora che al prossimo, nel teatro delle maschere di carta riciclata dai sogni degli altri. Perché sì, i nostri sogni sono sempre stati i sogni di qualcun altro. Senza appello, né smentita. 

Abbiamo tutti bisogno di un’identità, nel miscelarsi delle stagioni dell’anima. Di una direzione nell’oceano privo di coordinate spazio-temporali della società della fretta. Siamo gattini ciechi figli di gatte frettolose. Macchine imperfette programmate con software privi di aggiornamento. Obsoleti dalla nascita: barche senza vele ingannate dalle onde gentili, illuse del bacio alla riva che se esiste, esiste per pochi.

Abbiamo tutti bisogno di dormire. Di mangiare e di bere dal fiume della speranza alimentato da fonti non rinnovabili. La vita che ci rimane e le sue mille facce. Di carta, di plastica e di ferro. Siamo la concretezza che non ci appartiene e che non ci è mai appartenuta. Siamo la finta modifica del destino. Siamo.

Abbiamo tutti bisogno di qualcosa.

Di cosa ho bisogno io? Di cosa hai bisogno tu? 


lunedì 6 gennaio 2020

Parresia, Vol. 2: L'ultimo sigaro

L'ultimo sigaro è un po' come l'ultima sigaretta di Zeno. Ultima, per ultima tra le cose. "Un po' come l'ultima sigaretta", però. L'ultimo sigaro è "differenza" arrotolata tra foglie e nicotina. E' una sentenza proferita dal giudice morale che alberga dentro di noi, con mezza pensione. Ho fumato l'ultimo sigaro.

E' stata l'ultima tra le cose che avevo da fare. Ho deciso di farlo nel silenzioso mezzogiorno, mentre il tacito assenso del sole faceva sfogare il vento. Ed è stato allora che ho compreso il peso di quella decisione: la scintilla dell'accendino, il solito accendino, mi ha trasmesso la sofferenza di una fiamma che non aveva più la forza di opporsi alle folate che le impedivano di divampare. Strana coincidenza. Ho fumato molti sigari nel corso degli ultimi anni: ammezzati, i perché della scelta non li ricordo. Da sollazzo a riflessione: tutti hanno avuto il loro momento. L'ultimo era già iniziato: l'ho trovato nella sua forma "perfetta", a metà tra il nuovo e il passato. Aveva capelli di cenere in perfetta condizione e una coroncina ben definita attorno ad essi. Raccontava dell'ultima fumata, prima di essere inesorabilmente acceso. Diceva di aver dialogato con un vento marino di inizio inverno, neanche troppo tempo fa. Sembrava, ha aggiunto il sigaro, che quel vento avesse riportato l'ordine nelle piazze e i petali sui fiori, dopo l'ultima, veloce tempesta. Erano stati tre giorni difficili per tutti, tra il conto dei danni e degli anni: ma quel vento marino sembrava aver rimesso tutto in ordine. Gli raccontò, e mi raccontò di conseguenza quel sigaro (l'ultimo sigaro), il profumo del Natale, visto che sì, il Natale ha un profumo tutto suo. Non ha fatto in tempo a proseguire il racconto, strozzato dalla fiamma che in un attimo di pietà del vento (che di marino ha poco, questa volta) è riuscita a levarsi fiera.

La mia prima sigaretta fu in un parcheggio, d'estate. Ho sempre tenuto ai miei polmoni, ma l'odore e la visione ipnotica di quei fili di tabacco che bruciano non mi sono mai stati antipatici a tal punto da definirli, rispettivamente, "puzzo" e "ribrezzo". Sono gusti. Il sigaro è stato di più. Svevo, per bocca e pensieri di Zeno, ammette che le "altre sigarette", a differenza dell'ultima, "hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po' più lontano". L'ultima, invece, ha un gusto più intenso. "Acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di in un prossimo futuro di forza e di salute". L'ultimo sigaro, il mio ultimo sigaro, a differenza delle sigarette di Zeno non mi ha offerto alcuna via alternativa: e quasi alla fine si è spento. Il vento ha reso interminabili i tiri, cambiando lo scenario. Si è spento da solo, come avrebbe dovuto. Mi ha lasciato un messaggio prima di andare: il calore sui baffi che salvaguardo gelosamente dalle difficoltà quotidiane. La sentenza del giudice morale che ha scelto di saldare il conto e lasciare la sua stanza d'albergo. La cenere è caduta: il vento si è alzato. Tempi mutevoli bussano alla porta. 

Cosa offrirò, adesso?



sabato 21 settembre 2019

Parresia, Vol. 1: La danza delle foglie

"Parresia". Necessità e obbligo morale. Il voler dire e il poter dire tutto: prezioso dono. E' la danza delle foglie che asseconda i consigli del dolce vento, incisività nell'incognito andare. Ci salvano dal caos, d'altro canto, le foglie. Si fanno carico del triste destino che spetta ad ognuno di noi, inconsapevoli grumi di materia, biondi, mori e calvi. Alcuni rossi: ingannatori del flusso temporale, dell'autunno che sempre arriva e sempre va. La vita in sè.

Dicono, parlano: e quanto parlano, le foglie. Danzano al ritmo dei loro discorsi: racconti e pettegolezzi. Alcune da sole, altre in compagnia. Qualcuna tra loro si stanca e vola via. Torna a casa, senza ascensore. La notte e il giorno successivo deciderà per lei: il vento farà il resto. Dormirà sul letto delle altre foglie dimenticate dal tempo, sul divano dei delusi da un amore senza linfa. La rugiada non è bastata: polvere e sassi faranno loro compagnia. Per le altre il destino è stato senza dubbio viandante generoso: viandante perché va e viene. Non chiamatelo infame: cerca semplicemente di fare il suo mestiere, nella stessa maniera, da sempre. La paga? Onesta: come il giullare, ama sorprendere. Un attore alla continua ricerca di un'emozione: la ruba, la custodisce. Poi la dona a caso. E del caso si fa arbitro, giudice e giustiziere. Magistrato equo, ma senza baffi.

Ora: c'è una regola non scritta, tra le foglie di ogni tipo. Detta sottovoce fa meno effetto: perciò la rendono viva. "Parresia". Non c'è foglia al mondo che non la conosca, questa regola: non c'è foglia al mondo che non si senta libera di dire tutto, e di questo tutto fare parte. Parteciparvi: legare a doppio nodo la speranza di compiutezza. Non esistono limiti di contesto: è la promessa che fanno al proprio ramo, al proprio tronco, da quando la primavera regala loro la possibilità di danzare, e abiti da gala per la prossima estate. Quindi parlano: raccontano dei mesi caldi, passati a guardare il mare da lontano, degli inverni che gli sono stati descritti dal rami spogli e soli. Ah, quanto lo vorrebbero conoscere, quell'inverno freddo che tutti temono. Dolce e terribile sensazione. Raccontano delle mattine da dimenticare, svegliate dai caccia-bombardieri che tra loro costruiscono hangar e nuovi pericoli. Gli uccelli gli avranno anche occupato lo spazio aereo, ma per molte tra loro non sono altro che ospiti. Discutono delle altre foglie: dei rapporti spezzati dalla nascita di un fiore. Dei sogni di chi vorrebbe cambiare alberto, senza però sentir la mancanza delle compagne, vicine. Però lo dicono. Lo dicono liberamente: perché dicono tutto, le foglie. Fanno della "Parresia" la regola più grande da quando l'uomo ha inventato l'interpretazione del tempo. Flusso infinito dell'esser-ci. Noi: io, tu. Loro: le foglie, insieme. Ballano, si sovrappongono: mutano, accadono in quell'interminabile volgersi degli eventi che fa di tutti l'unità di identità e differenza. Sempre gli stessi, sempre diversi: presenti con un passato aperto al futuro, in un continuo danzare con le foglie. Senza un'apparente e valida ragione.

Ingenui.


venerdì 4 gennaio 2019

Anima: Marco Biagianti

Siamo tutti figli delle punizioni all'incrocio, dei gol in rovesciata. Delle conclusioni al volo, dei giocolieri del pallone: siamo "figli delle stelle", dei conigli dal cilindro. Ma il calcio senza un cuore non esiste: sopravvive, semmai, nutrendosi delle giocate dei singoli, ma vivere è un'altra cosa. Si alimenta di qualcosa di più profondo, radicato nelle viscere del gioco: l'anima di una squadra, legata all'appartenenza ad un simbolo. Uno stemma, colori indelebili: la "bandiera", vessilo d'avvertimento per gli eserciti avversari, segno di riconoscimento per guerrieri, alleati e compagni di squadra. Certezza: come Marco Biagianti, per il Catania.

Perché nel calcio delle apparenze occorre, più che mai, distinguere i "salvatori della patria" occasionali da quelli che "si sbattono" per un ideale: Marco è il coniglio dal cilindro "invisibile". E' la punizione all'incrocio che ti sblocca la partita, "progettata". E' la conclusione al volo da applausi, "costruita": è un giocoliere delle emozioni, quanto e molto più di altri. Vale il prezzo del biglietto. Ma perché ricordarlo? Direte voi. Perché puntualizzarlo, adesso che le cose in casa Catania vanno bene? Sulla bilancia degli eroi calcistici, quelli momentanei e quelli eterni, deve esserci spazio anche per lui: domenica dopo domenica, senza eccezioni. Perché il verbo de "il solito Marco Biagianti", ripetuto come un mantra, non può più passare inosservato nell'analisi di una partita: deve, semmai, diventare premessa ad ogni discorso, senza scadere nell'eccessivo indivisualismo degli "idoli".

Lasciamoli ai Don Giovanni del calcio, gli "eroi momentanei": vittime e protagonisti dei dibattiti sull'incisività e l'impegno. Marco è diverso. E' l'eterna definizione di "calciatore" e "giocatore": di chi sa coniugare i calci ad un pallone al gioco, mentale e spiriturale. Umano. Supera le garanzie d'immunità consegnate da un calcio piazzato in mezzo a tante prestazioni opache, gli applausi "strappati" dalle dichiarazioni alla stampa. E' l'anima del Catania, immensa. Lo sarà anche nel nuovo anno, appena iniziato: e vale la pena ricordarlo, una volta in più di quanto fatto fin qui. Tutti.