giovedì 12 gennaio 2017

Il sogno europeo degli americani: tra Craven Cottage e i problemi di cuore, storia del "numero due" Dempsey

Dalla palla ovale a quella rotonda, senza più tornare indietro: il movimento calcistico americano è in costante crescita, è evidente a tutti ormai. La Major League Soccer, però, non è solo veder giocare contro Giovinco e Mancosu (roba nostra, quella), ma anche e soprattutto culla di talenti che, da circa un decennio, cercano fortuna in Europa: da Dempsey a Pulisic, passando per AduIl sogno “europeo” degli americani è solo all’inizio.

Racconto di un texano sempre imbronciato e dal carattere “strong”: da rodeo e motori. In tanti avranno in mente il pallonetto che infiammò Craven Cottage nel 4-1 del Fulham sulla Juventus in Europa League: era il 2010, ma la storia di Clint Dempsey incarna quasi alla perfezione la definizione di sogno. Tra gioie e dolori. D’altra parte, il nome dice tutto: “Clint”, come Eastwood. Non “per un pugno di dollari”, ma per una promessa che va ben oltre il calcio, quella rivolta alla famiglia e alla sorella morta per un aneurisma quando aveva dodici anni: “Perdere mia sorella mi ha dato una grande spinta. Mi ha fatto capire che la vita è breve e bisogna fare il massimo. I miei genitori guidavano fino a Dallas per tre ore all’andata e tre ore al ritorno per farmi allenare e giocare. Tutto questo, a quell’età, mi ha formato alla grande”, ha dichiarato. Dalla squadra della Furman University, i “Paladins”, al New England Revolution il passo è stato breve: presto entra nel programma giovanile della nazionale USA e nel 2004 la MLS diventa il suo palcoscenico principale. Lui risponde alla chiamata con quella che è stata definita “una delle peggiori capigliature” viste in un ritiro precampionato, ma in campo va nettamente meglio: ventiquattro presenze e sette gol nella regular season, senza dimenticare le tre apparizioni nei playoff (con una semifinale persa dopo aver sbagliato il rigore decisivo). Dopo due stagioni al New England con più di cinquanta presenze complessive, il destino gli lancia un segnale, quasi una maledizione da “eterno secondo”: prima perde in finale contro i L.A. Galaxy, poi contro Houston. Le partite secche non fanno per lui, ma è un antipasto.

Niente paura, la storia ha una voce con il suo nome: ai Mondiali del 2006 segna l’unico gol degli USA, e diventa un idolo, tanto che molti in Europa iniziano a mettere gli occhi sul terribile ragazzino texano. Lui è già pronto, ha già la valigia sull’aereo: d’altro canto, dopo essere rientrato nella miglior formazione del campionato per due stagioni di fila, chi volete che non lo sia? Prima si fa avanti il Charlton, ottima piazza, con la Premiership che può aiutarlo a crescere: New England chiude la porta, lui si arrabbia. Si apre un portone. Arriva l’offerta del Fulham: la storia del calcio inglese e uno statunitense con le tasche piene di sogni. E poco più di quattro milioni: cifra record per un calciatore americano. La seconda parte di Premier dei cottagers non è delle più esaltanti, ma lui, texano dal sangue duro, ci mette appena nove gare e 223 minuti prima di battere il Liverpool e salvare la squadra dalla retrocessione: 1-0 e Clint diventa un eroe. Craven Cottage la sua seconda casa, ma è solo l’inizio di una storia d’amore: 228 presenze, 60 gol e 21 assist totali. In mezzo un infortunio e un’altra finale persa, la realizzazione della maledizione, quella contro l’Atletico Madrid in Europa League. Clint è stanco, forse è meglio cambiare aria: nel 2012 va al Tottenham, maglia numero 2 sulle spalle: e sì, allora è proprio una maledizione.

Al termine della sua avventura a White Hart Lane chiude la valigia, ma i sogni? Alcuni realizzati, altri no: Dempsey torna in MLS, stavolta a Seattle, e diventa testimonial del calcio statunitense nel mondo. Il Texas è lontano, Fulham anche: ma sapete com’è, certi amori…Nella primavera del 2014 i cottagers rischiano seriamente la retrocessione, cosa che avverrà qualche mese dopo: l’eroe vuole tornare. L’eroe vuole dare una mano. Cinque presenze e pochi minuti giocati in tre mesi. Missione fallita. Nei Sounders trova Oba Oba Martins e i due formano una coppia che nello stesso anno sfiora la finale del campionato. In mezzo altri due Mondiali, nel 2010 e nel 2014 e due mete da raggiungere: superare i gol internazionali di un certo Landon Donovan ed eguagliare il record di quattro campionati mondiali disputati proprio di DeMarcus Beasley.


Ma il destino è crudele per chi vuole sognare: il caso vuole che nel 2016 in Major League il Seattle metta in fila una striscia di risultati positivi che gli permetteranno, poi, di vincere per la prima volta nella storia il titolo, e indovinate? Lui non c’è, fermo ai box per problemi cardiaci: il futuro calcistico a rischio, il sogno sfuma, ma Clint è sicuro. “Voglio chiudere la mia carriera spingendo fino alla fine”, e per un texano della sua tempra non sarebbe mica cosa strana.

venerdì 23 dicembre 2016

Essere Gabigol

Je suis Gabigol. Ti svegli, abbandoni le coperte e corri a preparare il caffè: che trovi? La macchinetta è accesa, ma devi aspettare che si riscaldi: guardi l’orologio in maniera snervante. Vai in bagno, lasci scorrere l’acqua fino a che diventi calda: tempo d’attesa stimato? Cinque minuti abbondanti. Stessa storia in auto, l’aria condizionata ha bisogno del motore attivo, e allora pensi che qualcosa non va. Forse stai diventando Gabigol. Sempre lì, con lo sguardo da cucciolo indifeso a convincere Pioli: “Mister, fammi entrare.” Macchè… Dura essere come lui!

Che poi, fosse solo questione di aspettare… Qui c’è in ballo tutta una filosofia di vita che ti trasporta e ti attraversa fino a farti crescere la barba e ad avere quell’espressione corrucciata che solo l’ultimo Adriano “imperatore” aveva. O, chissà, magari anche Ronaldo col cappellino in fuga per Madrid: anche lui non trasmetteva mica gioia. Quella saudade da “ma a me chi me l’ha fatto fa’?” che ti prende per mano e ti guida, tappa dopo tappa, nel percorso di maturazione che culmina nella definizione di “peso”. Avete presente non essere accettati? La sensazione di essere di troppo? Ecco, Gabriele Barbosa (italianizziamolo) la vive quotidianamente. Come quando riuscite a convincere i vostri amici ad andare al cinema a vedere quel film che tanto vi piace, ma che si rivela l’ennesima “corazzata kotiomkin” da sbadigli e sonno pieno. “Ragioniere, ha qualcosa da dire?”, forse sul montaggio analogico… Ma Gabigol non ci sta: che colpa può avere un ragazzo valutato oro e arrivato con il fardello di “prossimo Neymar del calcio mondiale”? Un crack, ma non nel senso sudamericano nel termine.

Frank De Boer non lo vedeva, e quella volta contro il Bologna non portò mica bene. A Reggio Emilia, Stefano Pioli lo ha schierato solo per far correre lungo la schiena di diversi fantacalciatori (o fantacalcisti?) il brivido dell’ammonizione rimediata dopo pochi istanti dal suo ingresso in campo. Poi il 3-0 con la Lazio e cinque minuti abbondanti: sembrava un cane rabbioso sguinzagliato al buffet di capodanno, Gabriele. Prende palla e salta Felipe Anderson, poi infiamma San Siro con due o tre giocate che: “Ronaldo, chi?”. E lo stadio diventa una bolgia: “Ole’ ” di qua, “Ole’ ” di là. E qualche sorrisetto di troppo, ma lui non se ne accorge e decide di sfoderare il colpo di grazia: rabona a servire il compagno e braccia tese ad incitare il pubblico. Triplice fischio e fine dello “show”: giusto per ricordare a tutti che Gabigol, a fine partita, è tornato Gabigol. L’oggetto misterioso di sempre, in attesa di un’altra occasione, altri tre minuti da vice, del vice, del vice di Candreva. Ultima scelta, ma primo giocatore ad essere presentato in pompa magna. Magna? Può darsi: speriamo di sì, perché, almeno per il momento, è proprio dura essere Gabriel Barbosa.



martedì 20 dicembre 2016

Fenomenologia di una giornata invernale

"Come inizia, finisce", tra il silenzio generale. "Tregua", continua, perpetua. Quella che si respira fuori, tra i rami bagnati degli alberi e il terreno umidiccio di un giardino d'erba sparsa. Calpesti i fiori, non si spezzano: tanto prima o poi ricresceranno, sarà di nuovo primavera. Pensi. La nebbia in una terra che non gli appartiene abbraccia il paesaggio. Nulla cambia, resta quel che è: inverno, e tanto freddo. Come sempre.

Oh, fresco profumo di legna bruciata, portami con te! No, proprio non voglio lasciare le dolci coperte del mio letto, né tantomeno voglio finire la mia tazza di té. Mi va bene a piccoli sorsi. Vorrei poter fermare il tempo, ma sotto il cappotto fa troppo caldo se sto dentro. Contraddizione, ma è pur sempre festa: non starò a compatirmi, semmai a comprendermi meglio. A riflettere. Un uccello su un albero mi chiede se ho acceso i riscaldamenti in casa: gli chiedo se vuole entrare, ma lui è tranquillo lì dov'è. Non ha mica i nostri problemi, lui. Leggo un libro, poso il libro: accendo la TV, ma la metto piano. Insomma, dai: non c'è nulla di interessante. La spengo, vado a riposare. Scrivo, esco. Dormo. Neanche il sole riesce a cambiare il destino di una giornata invernale: se troppo forte, addirittura lo rovina. La tregua precipita: è guerra. Con me, con voi, con il futuro. Sarà di nuovo primavera, pensi ancora. Peccato. Peccato? 

Metti su un po' di musica, quella di sempre: triste, ma felice di sentirti. E' un reciproco piacere quello che scorre tra le cuffie e che collega orecchie e dispositivo mobile. Riproduzione casuale. Questa no, quella neanche: che la metto a fare la riproduzione casuale se poi le canzoni le scelgo ugualmente io? Forse per ingannare il tempo, forse per ingannare il caso: tanto, chi vuoi che se ne accorga. Ancora la pubblicità: dannato sistema. I politici sono ancora tutti porci e ladri, il Governo è sempre quello sbagliato e tu sei sempre senza benzina. Sempre con la spia accesa, che lampeggia, ti ricorda che hai vita breve. Una condanna a fermarti, scendere dalla macchina e farti trasportare dall'aria gelida della sera, mista a quell'odore insopportabile, ma tremendamente bello che è tipico delle stazioni di rifornimento. Riparti e i vetri sono appannati. Torni a casa, l'uccello è ancora lì, ma sta per volar via: tu rientri, lui non vuole venire. Doccia e pigiama: è già tutto finito. E' già mattina. Sarà di nuovo primavera, ti ripeti. Ma è un'altra giornata invernale.

martedì 13 dicembre 2016

Metafisica dell'impossibile

Oltre l’universo sensibile, perché quello attuale sta troppo stretto, come un abito cucito da un sarto senza metro: il destino delle milanesi in formato “rivali al titolo ambito” è un continuo rincorrersi di operazioni metafisiche e scenari da “vorrei, ma non posso”. Bello sarebbe, stupendo sembra anche solo il pensiero, da lontano, però: ché a guardarlo da vicino ci si scotta le mani. La fenomenologia delle parabole di Inter e Milan sta tutta lì: tra un caffè con Aristotele e una chiacchierata con Platone.
Simposio: e poi siesta, immediata. Sembra questo il leitmotiv, almeno da quando Mou prima e “Don Rafe’ ” Benitez poi, a poche settimane dall’esonero tra i più attesi negli ultimi decenni, videro alzare i “recenti” (si fa per dire) trofei intercontinentali di una città rosso-nero-azzurra. Da sempre. Ma Milano è lontana, che la si guardi dalla Cina o da Bergamo: non c’è quasi più la nebbia. Due filosofie diverse: da un lato la logica aristotelica di Montella, dall’altro le idee platoniche di De Pioler, sintesi perfetta tra l’olandese e il neotecnico, con il ciuffo, ancora in crescita, di Roberto Mancini. Roma, Catania, Firenze e Genova: poi fermata a Milanello. Vincenzo e “l’Organon”, strumento di ricerca nel sensibile per approdare “oltre la fisica”, appunto “meta”, “dopo” o “ciò che viene dopo”, in senso figurato. Arrivi con un anno di ritardo, ti siedi sulla poltrona della tua nuova scrivania e trovi i resti, quasi macerie, di una squadra “maltrattata” da innesti non adatti e non all’altezza del blasone tradizionale. Eppure inizi a lavorare in silenzio e tra le critiche di chi vorrebbe un Milan vincente e bello sin da subito: tu non ascolti. Sembra quasi abbia le cuffie alle orecchie, a volte: musica e cocciutaggine da “metodo sperimentale”. Dai la spinta, come un motore immobile dal quale partire, il “primo” dopo anni, e la tua macchina va. E’ una sinfonia già familiare: bel gioco, pur senza spettacolo. Lanci un giovane, Locatelli, consigli a Bacca di rinfrescarsi le idee al Sánchez-Pizjuán mentre ti godi Lapadula, e hai tra le mani la formazione meno anziana dal 1985: c’è chi critica ancora. Chi mormora brusii di un closing puntualmente rinviato: roba che non ti riguarda, se non passivamente. Deve essere proprio un peccato, però, non poter ambire al titolo per paura di guardarlo troppo e vederlo sfuggire via.

Alla Pinetina c’è Stefano, “compare” e rivale: l’Iperuranio lo ha spedito lì, il “normalizzatore” dopo il “rivoluzionario” De Boer. Non l’ha capito nessuno, l’olandese: forse la lingua, forse il poco tempo a disposizione. Ciò che accomuna Pioli (come gli altri) a Montella è proprio questo: una clessidra da “gioco da tavolo” che non ti permette di riflettere, ma solo di decidere in fretta. “Metto Perisic, tolgo Eder? Sposto Medel e avanzo Banega, ma se lo faccio, dove metto Joao Mario? Quasi seconda punta, sperando che Mauro aiuti Candreva”: proprio lui, pomo della discordia alla Lazio, mix di archetipi, bene e male, in un giocatore che ti ha aiutato, caro Stefano, quanto condannato. Lo ritrovi lì ad allenarsi: non è la tua squadra. Una formazione già al suo terzo tecnico stagionale (quarto se contiamo Vecchi) non può essere la tua squadra, certo che no. Provi Kondogbia nel derby, e le cose sembrano pure girare: Gary ti abbandona. Proprio ora che qualcuno lo aveva schierato in difesa… Quanta sfiga, lasciatelo dire. L’Europa League sfuma dopo un primo tempo perfetto in casa della tipica “imperfetta” di turno, e ti viene quasi voglia di ubriacarti a fine partita, per dimenticare, chiaro. La distanza dalla vetta si fa sentire, e anche per quest’anno si vince “prossimamente”. L’Inter è un’idea: platonica, come detto. La copia di un ente che esiste solo nell’Iperuranio, quella di Mou, le cui storie vengono raccontate in una caverna a uomini che non riescono a liberarsi dalla morsa delle catene della propria coscienza. E se dovessero riuscirci e a fuggire, come affronterebbero la realtà? Come il Milan, anche l’Inter: non guardando, o socchiudendo gli occhi per non fissare troppo qualcosa che poi svanisce. Diventa “meta”, diventa “physis”: va “oltre” la “fisica”, per adesso. O chissà: “solo”, per adesso.


mercoledì 23 dicembre 2015

La teoria del Natale (che odia il Natale)


Un Natale che odia il Natale. Come un cane che si morde la coda: ed è divertente, ha qualcosa di… festoso. Almeno quanto le case dei quartieri, o gli alberi abbelliti, o le orribili facce dei mariti a spasso con le mogli a comprare i regali. E menomale che non sono sposato: posso respirare, e spendo pure meno. Sorrido.

Bando alle ciance: la teoria del Natale parte quando parte il Natale. Non prima, né dopo: ovvero a Ferragosto. Che poi sembra pure una battuta qualunquista, ma non lo è: si pensa al periodo natalizio già dal viaggio di ritorno, in macchina, dopo la notte dei falò e delle tende: “Come passa il tempo: tra poco è Natale!”, sciocchezze. È lì che ha inizio la sagra degli orrori. L'inizio delle lezioni, il ponte dei morti dopo Halloween: tutto pensato al risparmio, in vista dei regali di fine dicembre: “Tanto poi devo spendere”, ma per cosa? Io spendo e basta. Ma con quali soldi?

Quelli che non si hanno: e sai che risate alle solite battutone! “Quest’anno va di moda il portafoglio vuoto! Sotto l'albero io ho il pavimento!”. AH-AH-AH, RISATONE! Grosse quanto le pance durante le feste: che c'è la crisi: “Sta crisi…”, mannaggia. Carrelloni pieni: "e la playstation, giuiuzza, non t'accattu?” (Trad. “Gioia che mi è stata donata dalla cicogna, la playstation non te la compro?), ma certo! Poi si pensa, ma mica vorrai rovinare il Natale a un povero bambino giudizioso e innocente, pieno come non mai con tutte quelle schifezze del Mc Donald's?! Ma non sia mai!

E le case: abbiate una dignità, per favore. Siate rispettosi nei confronti dell’umanità: evitate di mettere tutte quelle luci, che manca poco che atterrino gli aerei russi. E poi sai che casino con gli americani…! Alcune sembrano quasi carrozzoni dei panini. Altre sono proprio carrozzoni dei panini, ma fa niente. E che dire degli anziani? E delle iniziative benefiche? E dei politici? Loro c’entrano sempre, nel qualunquismo generale. Perché è colpa loro se non ci sono soldi. E se a Natale poi spendiamo i nostri risparmi in oggetti costosissimi senza ragione? No, quello è giusto. Ma i politici sono sempre ladri.

Ma dicevo, la teoria: ed è buffa. Perché dall'8 al 23 Dicembre tutti odiano il Natale. Facebook diventa il ritrovo dei Grinch che odiano santa claus e tutti e tre i re magi (clandestini, “A casa!”). Ma il 24 è festa: quant'è bello, l’atmosfera del cenone, i regali dei fidanzatini, i baci, gli abbracci, i messaggini. Ma dal 25 in poi il Natale non piace più. Tutto svanito. È chiaro. È un Natale che odia se stesso. E, d'altra parte, come dargli torto. Perché a Natale siamo tutti più buoni. Tranne me, che non sopporto nessuno. E adesso scusatemi ma vado a prepararmi per il 24: lì vi amerò tutti. Facciamo un selfie con l'albero alle spalle?



giovedì 19 novembre 2015

La teoria delle sardine

E’ quella teoria che pone sullo stesso piano i cittadini del mondo, diversi per religione, classe sociale, fede calcistica e ideologia politica: tutti, insieme, nella stessa scatola. Un autobus.

Che poi ammettiamolo: molti, almeno una volta nella vita, sono stati una sardina. Sì, di quelle in scatola, “unte e bisunte”, e puzzolenti. O profumate? Buone di certo, e salate. Antipatiche, e mal digerite. Ma lo spettacolo più grande si compie nella latta: insieme, schiacciati, come loro. E capita che un viaggio in autobus si trasformi in una traversata fino al piatto del consumatore, pronto a divorarci.

Cittadini tra i più disparati: “Ou ‘mbare!”, è il top. “Bussola!”, la parola d’ordine. E gli insofferenti: “C’è caldo, apriamo”, “c’è freddo, chiudiamo”, “è colpa di Bianco (sindaco di Catania), dei politici, dei giornalisti”… e del buco dell’ozono. Perché si sa: c’entra sempre, e un giorno lo dirà anche Salvini. Oh, Matteo: “Avi ragiuni Salvini! (Trad. “Ha ragione Salvini” – la traduzione del termine “Salvini” non era questa, potete immaginare… - ) Tutti a casa!”, ma chi? No, io no: devo andare al lavoro e all’università. E lei? Pure. Quindi “tutti in centro”, che è meglio.

L’iter inizia alle prime ore del giorno, perché si sa: il pesce va pescato presto. “Si sta come alle otto, su un autobus le sardine”, avrebbe scritto Ungaretti. E non è forse un’immagine meravigliosa? Circa cento individui incastrati meglio dei blocchi del Tetris, in balìa del proprio destino, e della guida dell’autista: pilota di rally senza licenza. O con licenza… di uccidere. Perché un viaggio in autobus può diventare una corsa sulle montagne russe: e lì si nota la qualità del passeggero. Se sei bravo, rimani in equilibrio. Altrimenti… eh, altrimenti.

Sprofondi, nel bagno di folla che c’è dietro te, che fermata dopo fermata è diventato un esercito, rompendo la formazione perfetta delle sardine, che intanto hanno imparato a comunicare tra loro: si parla di calcio, della crisi. La crisi. La crisi che non esiste, i politici porci che “mangiano i soldi”: perché “non c’è lavoro”, si sa. Ma accettare un impiego in un call center, o fare del volantinaggio no: è umiliante. Quindi meglio fare la fame, piuttosto che guadagnare qualcosa. Perché noi siamo “il top”, mica possiamo abbassarci a tanto!


Ma la realizzazione della “teoria delle sardine” avviene alla fine del percorso, quando bisogna abbandonare la “scatola”: fratelli, ormai. Compagni d’avventure sorridenti, quasi simpatici. Ma dopo aver imparato a convivere, i passeggeri tornano al proprio stato naturale: chi bancario, chi professore, chi mendicante e chi studente. Tutti altezzosi, presi dalle proprie faccende quotidiane: sull’autobus nascono amicizie, amori che verranno dimenticati una volta scesi. Perché poi si torna alle proprie vite, alla propria ipocrisia, al proprio razzismo e ai propri pregiudizi: dimenticando che, poco tempo prima, si era tutti uguali. Una centinaia di sardine, puzzolente e insofferente, all’interno della stessa brutta scatola.


giovedì 3 settembre 2015

Conoscenza



Ed è tanto, e ti dà tanto. Almeno quanto richiedi, almeno quanto speri di ottenere. Ed è irraggiungibile. Sfugge all’occhio e alla mente, e non è umana. Altrimenti non sarebbe tale, conoscenza. Sarebbe opinione, e quella è umana.

Il discorso, per quanto vano, può portare a conclusioni tra le più disparate. Ad esempio, si può parlare di “pseudo-conoscenza”, ovvero quella parte di sapienza di poco superiore alle opinioni, e maggiormente vicina alla “verità”, che è anch’essa inconoscibile del tutto. Pensate se si potesse sapere tutto di tutto. O di tutti. Che noia mortale, e che stress! Meglio non sapere, concorderete con me.

E se si tratta di politica, poi, verrebbero risolti i problemi di un intero Paese. Ma che dico, del mondo. Ed è qui che sta il punto: ognuno di noi deve conoscere il mondo. Ma quale mondo? Eh, troppo semplice dire “il nostro”. Più complesso dire “il mio”, “il tuo”. Quello personale, chiuso dentro lo scrigno della mente, e composto da opinioni, idee, concetti sempre mutevoli. Un microcosmo in continua evoluzione, dentro un macrocosmo che sì, quello sì, appartiene a tutti. Una visione personale del mondo esterno. Ma quanti la conoscono sul serio, o pienamente?

Nessuno: è questa la risposta. Ed è per questo motivo, probabilmente, che siamo infelici. Angosciati, alla continua ricerca dello “stato perfetto”, di un posto nel mondo esterno. Ma non abbiamo un tetto, né un letto dentro di noi: come possiamo pretendere di avere successo tra i nostri simili? No, il mio non vuole essere un discorso propagandistico e inflazionato, improntato sul “conosci te stesso, poi conosci il mondo”. No, che assurdità. Conosci te stesso, e del mondo fregatene. Forse, ma forse, è questo il punto.

Io non conosco me stesso. E mi sorprendo ogni giorno. Perché non mi conosco, e imparo sempre cose nuove dal mio comportamento. Mi ritenevo un tipo simpatico, ma da qualche tempo mi sto antipatico. Sono stressante, e fastidioso. E magari domani sarò pure divertente, e reagirò in modo diverso alla stessa notizia ricevuta oggi. E reagirò in modo altrettanto diverso alla stessa notizia, sulla notizia ricevuta adesso, di oggi. E di domani. Di ieri. Ma non conosco neanche i miei capelli, sempre diversi, sempre in disordine, mai come prima. Come dovrei conoscere anche voi? Conosco me stesso, e poi… poi si vede, insomma.

E non pensavo neanche di poter fare un palleggio acrobatico con un pallone, finché questo pomeriggio l’ho eseguito. Pensavo di non essere capace, ma quello era un altro me. Ecco, “un altro me”. Che tesi interessante! E se fossimo persone sempre nuove, cosa ci sarebbe ancora da dire? Mangiamo, beviamo, ci laviamo, andiamo a letto e… Zaaac! L’indomani siamo gente nuova, completamente. Fantascientifico, ma se ci pensate… Siamo umani. E siamo destinati ad evolverci. E a mettere in discussione le nostre stesse idee. E per certuni che non lo fanno… Beh, sono dispiaciuto.

Ma non è una tragedia, è solo un punto di vista. E il mio non è superiore al tuo, per carità. A patto che il tuo non sia superiore al mio, ed è impossibile. Come la conoscenza. Ah…la conoscenza! Quanto è bella, quanto è pura! Meta dei più grandi alpinisti, naufragata tra le mille promesse dei marinai. Riposta in un cassetto immaginario della nostra mente, chiuso da una chiave di cui non si conosce il proprietario. Ed è bene così.