giovedì 3 settembre 2015

Conoscenza



Ed è tanto, e ti dà tanto. Almeno quanto richiedi, almeno quanto speri di ottenere. Ed è irraggiungibile. Sfugge all’occhio e alla mente, e non è umana. Altrimenti non sarebbe tale, conoscenza. Sarebbe opinione, e quella è umana.

Il discorso, per quanto vano, può portare a conclusioni tra le più disparate. Ad esempio, si può parlare di “pseudo-conoscenza”, ovvero quella parte di sapienza di poco superiore alle opinioni, e maggiormente vicina alla “verità”, che è anch’essa inconoscibile del tutto. Pensate se si potesse sapere tutto di tutto. O di tutti. Che noia mortale, e che stress! Meglio non sapere, concorderete con me.

E se si tratta di politica, poi, verrebbero risolti i problemi di un intero Paese. Ma che dico, del mondo. Ed è qui che sta il punto: ognuno di noi deve conoscere il mondo. Ma quale mondo? Eh, troppo semplice dire “il nostro”. Più complesso dire “il mio”, “il tuo”. Quello personale, chiuso dentro lo scrigno della mente, e composto da opinioni, idee, concetti sempre mutevoli. Un microcosmo in continua evoluzione, dentro un macrocosmo che sì, quello sì, appartiene a tutti. Una visione personale del mondo esterno. Ma quanti la conoscono sul serio, o pienamente?

Nessuno: è questa la risposta. Ed è per questo motivo, probabilmente, che siamo infelici. Angosciati, alla continua ricerca dello “stato perfetto”, di un posto nel mondo esterno. Ma non abbiamo un tetto, né un letto dentro di noi: come possiamo pretendere di avere successo tra i nostri simili? No, il mio non vuole essere un discorso propagandistico e inflazionato, improntato sul “conosci te stesso, poi conosci il mondo”. No, che assurdità. Conosci te stesso, e del mondo fregatene. Forse, ma forse, è questo il punto.

Io non conosco me stesso. E mi sorprendo ogni giorno. Perché non mi conosco, e imparo sempre cose nuove dal mio comportamento. Mi ritenevo un tipo simpatico, ma da qualche tempo mi sto antipatico. Sono stressante, e fastidioso. E magari domani sarò pure divertente, e reagirò in modo diverso alla stessa notizia ricevuta oggi. E reagirò in modo altrettanto diverso alla stessa notizia, sulla notizia ricevuta adesso, di oggi. E di domani. Di ieri. Ma non conosco neanche i miei capelli, sempre diversi, sempre in disordine, mai come prima. Come dovrei conoscere anche voi? Conosco me stesso, e poi… poi si vede, insomma.

E non pensavo neanche di poter fare un palleggio acrobatico con un pallone, finché questo pomeriggio l’ho eseguito. Pensavo di non essere capace, ma quello era un altro me. Ecco, “un altro me”. Che tesi interessante! E se fossimo persone sempre nuove, cosa ci sarebbe ancora da dire? Mangiamo, beviamo, ci laviamo, andiamo a letto e… Zaaac! L’indomani siamo gente nuova, completamente. Fantascientifico, ma se ci pensate… Siamo umani. E siamo destinati ad evolverci. E a mettere in discussione le nostre stesse idee. E per certuni che non lo fanno… Beh, sono dispiaciuto.

Ma non è una tragedia, è solo un punto di vista. E il mio non è superiore al tuo, per carità. A patto che il tuo non sia superiore al mio, ed è impossibile. Come la conoscenza. Ah…la conoscenza! Quanto è bella, quanto è pura! Meta dei più grandi alpinisti, naufragata tra le mille promesse dei marinai. Riposta in un cassetto immaginario della nostra mente, chiuso da una chiave di cui non si conosce il proprietario. Ed è bene così.


giovedì 16 luglio 2015

Non amate e non odiate: vivete e basta




E’ un mondo folle, quello in cui viviamo. E non ci sono giri di parole. Folle, come le persone che lo popolano: variabili impazzite che seguono un ordine irrazionale, e che si scontrano. L’una contro l’altra. Generando odio. O amore? Qual è la differenza? E’ così difficile riconoscere l’uno senza l’altro, che quasi ci si confonde. E non si può odiare una persona, senza amarla, o amarla senza odiarla allo stesso tempo. E’ così, e non c’è rimedio.

Come non c’è rimedio alla follia che ci spinge a coprire con un velo spesso la verità: la soluzione ad ogni problema. Ce l’abbiamo sotto il naso e ci sfugge sempre, quasi impossibile da acciuffare. E ci disperiamo, diventiamo malati. Siamo tutti malati. Malati per qualsiasi cosa, malati d’odio e d’amore. Ma quando l’odio diventa amore, e quando l’amore diventa odio? Quando non corrisposto. Quand’è così, la vera natura dei due sentimenti esce fuori nella loro massima espressione.

E’ una tempesta, molto più dell’amore corrisposto: un oceano di emozioni, positive e negative che ci spinge ad amare e odiare allo stesso tempo. E il mondo svanisce, il tempo pure: e noi con loro. Ed è qui che si consuma la malattia: quando non c’è modo di tornare indietro, troppo dentro per riprendersi. E cadiamo al suolo distrutti, ogni volta di più. In attesa di una svolta che non arriva. E non arriverà. Perché l’odio non finisce, e l’amore neanche. E si odiano e si amano i ricordi, si evitano e si cercano. Un tira e molla tra passato e presente, dimenticando il futuro. Ma quale futuro? Nessun futuro: morte certa.

C’è la rottura, c’è la pausa, c’è il distacco. Ma non c’è una fine. Quando un giorno, poi, ci si accorge di essere fuori dal tunnel, respirando aria finalmente fresca e rinfrescante: pulita, come mai. E si ricomincia, in attesa di odiare e amare qualcun altro. E se poi non si è in grado di amare, meglio non farlo. Per tutti.

Perché il mondo è folle, e noi con lui: variabili impazzite che odiano e amano. E a te che leggi va il mio messaggio d’odio e d’amore allo stesso tempo: tu che sei sempre felice, che hai il vento a favore. Tu… che il mondo ti ama, ma non ti accorgi neanche che ti odia. E ti odierà. E quando te ne accorgerai sarai troppo dentro per venirne fuori. Non amare, non odiare: è meglio. Non ti attaccare: vivi e basta. E forse potrai permetterti di sorridere. Forse. Perché l’amore è odio. E l’odio è amore. Due facce bruttissime della stessa sporchissima medaglia "di cartone". 


domenica 3 maggio 2015

Il Ruolo


Noi abbiamo un potere eccezionale. Chiunque, nessuno escluso, ha la possibilità di scegliere da che parte stare, la possibilità di dire la propria, far sentire le urla di disapprovazione, d’incoraggiamento. Tutti possono giocare un ruolo importante in questo gioco, perché di gioco si tratta.

Non esiste Nord, non esiste Sud, né Est o Ovest: esiste il pianeta, il mondo nel quale viviamo e camminiamo. Muoviamo passi quasi fossero martellate, e neanche ce ne accorgiamo: andiamo su e giù, a volte senza un apparente scopo. Eppure il peso delle nostre “scarpate” ha la stessa incisività delle azioni che compiamo: e ce ne pentiamo, anche. Ma perché?

Riprendendo un famoso passo di Walt Whitman, riproposto in molte salse tra le quali l’interpretazione cinematografica di Robin Williams ne “L’Attimo Fuggente”: “Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità. Che il potente spettacolo continui, e che tu puoi contribuire con un verso.” Un verso, nel potente spettacolo. Uno spettacolo corale, nel quale ognuno di noi ricopre un ruolo ben definito, singolare e funzionale all’obiettivo. Se di obiettivo si può parlare. 

Tu, io, egli, siamo tutti protagonisti del “nostro” spettacolo: ognuno con una parte, un copione dalle battute sconosciute, ricco d’improvvisazione e colpi di scena. E’ un teatro, con un pubblico invisibile: “vivo”, partecipe. E ogni azione, ogni mossa fa parte del gioco. Ogni decisione presa esclude l’esito futuro della scenetta. Entrate e uscite di scena, intrecci tra personaggi vari e variegati, colorati e non, tutti indispensabili: perché anche lo sguardo insignificante di un passante ti cambia la giornata, modifica il tuo modo di pensare indirizzandolo in una o l’altra direzione. E’ un gioco di attimi, di geometrie impazzite e parole come blocchi di Tetris che, alla fine, compongono un mosaico quasi fossero tessere: e alla fine del percorso, alla fine di tutto, l’epilogo.

“Nasci da solo, muori da solo”, quante volte l’abbiamo sentito. Nasci in compagnia, invece, come in un film: muori da solo, protagonista dell’ultima scena, nella quale hai esattamente tre secondi per riavvolgere tutto. Sei solo anche quando ti uccidono, sei solo quando scrivi, mangi, sei solo. Nessuno mangia per te, o con la tua bocca: mangi tu. E ti ci abitui, e così anche alla fine, quando sei solo e devi decidere se aspettare o meno. Devi scegliere l’uscita, l’inchino perfetto per raccogliere l’ultimo applauso. Teatrale.



domenica 25 gennaio 2015

Un extraterrestre chiamato Pogba


Un primo tempo giocato non ad altissimi livelli, poi decide di atterrare sul pianeta Terra, in zona Juventus Stadium, e sblocca la partita con due giocate da extraterrestre: Paul Pogba risolve "da solo" la difficile sfida contro un buon Chievo e consente alla Juve di allungare momentaneamente sulla Roma.

UMANO TROPPO UMANO - Quella contro il Chievo non è stata una partita semplice per la Juve: pur non giocando male, la squadra di Allegri non ha creato grossi problemi alla squadra clivense, merito anche di un ottimo atteggiamento degli uomini di Maran. Lo stesso Pogba, nella prima frazione di gioco, è apparso sottotono, alla continua ricerca della posizione in campo, pur lottando su ogni pallone: gli spazi chiusi e lo scarso movimento di Morata e Vidal non lo aiutano, costringendolo a cercare l'azione solitaria che, però, non va quasi mai a buon fine. Un normale giocatore sarebbe lentamente scomparso dal campo col passare dei minuti, annientato psicologicamente e tatticamente dagli avversari, ma lui no: lui non è umano.

DI UN ALTRO PIANETA - Nel secondo tempo la musica non cambia: lui è lì, su ogni pallone, ma non è incisivo. Gioca con una semplicità disarmante, corre come una gazzella seminando facilmente i giocatori del Chievo, eppure non riesce a trovare lo spunto giusto. Fino al 60', quando va in onda il "Pogba-show": il francese si alza dalla sedia e decide, come annoiato, che la Juve deve vincere questa partita. Dribbling stretto e tiro di sinistro immediato, una saetta, quasi impercettibile all'occhio umano, che batte Bizzarri: 1-0, e Pogba c'è, è di nuovo in campo, diventa protagonista. Da quel momento ogni palla passata dai piedi dell'extraterrestre col numero 6 sulle spalle diventa "oro". I giocatori del Chievo non lo toccano quasi più, come coperto da un velo di luce: al 74' è ancora lui che, volando in cielo, suo habitat naturale, arpiona un pallone impossibile in area e lo calcia propiziando, sulla respinta del portiere clivense, il raddoppio di Lichtsteiner.

SE LA VITTORIA AVESSE UN NOME - Se la "vittoria" avesse un nome, insomma, si chiamerebbe Pogba: come già accaduto più volte, il francese sblocca la partita per la Juve consentendole di vincerla. E i punti conquistati oggi, in ottica campionato, sono punti pesantissimi: Juve momentaneamente a +8 dalla Roma, in attesa della sfida del Franchi. Un Pogba che, però, potrebbe far meglio. La domanda sorge spontanea: se un giocatore simile riesce a decidere un incontro pur non giocando al massimo nell'arco dei novanta minuti, cosa potrebbe fare al 100% delle possibilità?



venerdì 21 novembre 2014

Leto-man!


Catania è una città proprio strana! Pensate: gli argomenti su cui scrivere non mancano mai (motivo per cui, in questa realtà, nascono più testate giornalistiche che fiori). Potrei, infatti, esporvi le mie riflessioni sul pugno in faccia subito dal Sindaco Bianco, parlare della “simpatica trovata” della riduzione degli appelli annuali all’Università di Catania, ma mi accingo a discutere su quello che è stato l’argomento “per eccellenza” nel corso di questa lunga settimana: Leto-Man.

A scanso di equivoci vari, giudizi emessi da animatori che si credono giornalisti o giornalisti che si credono animatori, pronti a puntare il dito contro il prossimo, PREMETTO CHE il sottoscritto (che non è ancora un giornalista, come qualcuno ha avuto modo di sottolineare) non ha mai provato stima nei confronti del giocatore argentino, conoscendo la carriera calcistica di questo e non ritenendolo all’altezza, né nei due giorni di vacanza a Liverpool, né nelle partitelle in Grecia.

Veniamo al dunque: in venti minuti, l’uomo goffo col codino e i baffi è diventato un vero e proprio idolo per la tifoseria rossazzurra, tanto da essere accostato a “Cristiano Ronaldo” per le doti tecniche e atletiche. Doti, fino a quei due gol, sconosciute ai più. Anche a me, lo ammetto. Eccezion fatta per la prima rete, un tiro al volo di sinistro, la seconda rete è stata un capolavoro del “paraculismo”: non potendo imitare Eto’o o Robinho, Leto è riuscito a segnare a porta vuota. VUOTA. E credetemi: è difficile!

Ma il bello doveva ancora venire: Leto è passato, quindi, da “bidone” a “fenomeno”, già dalla sera di Domenica. Un noto giornalista, infatti, non contento di aver “umiliato” pubblicamente l’argentino negli “episodi precedenti”, si è dilettato in una giravolta degna del primo “Onorevole” di turno, puntando il dito contro “gli allenatori della domenica”, coloro che, ovvero, continuavano a criticare Leto.

A Catania, credetemi, Leto è diventato Obama. Il pugno in faccia a Bianco lo ha dato lui, ed è stato graziato dalla Regina in persona! Per una settimana, Cosentino ha preso le sembianze di Lo Monaco, tanto che nessuno ha osato lamentarsi dello scarso operato del dirigente argentino! Anzi! “Bravo Cosentino! Finalmente gli acquisti di Cosentino stanno venendo fuori! Che gran giocatore Leto! Ha bisogno di fiducia! La pasta al sugo ha bisogno del parmigiano! Non ne voglio cipolle nell’insalata! Il cielo è azzurro sopra Berlino!”.

Ma…davvero i problemi del Catania sono stati “magicamente” risolti da un pareggio “rocambolesco” contro il Trapani? Davvero Leto, in calzamaglia e mantello, ha cambiato “da così a così” le sorti di una squadra, il Catania, che gioca “a fortuna”? No, assolutamente! Il Catania “scarso è e scarso rimane”, ahinoi! E, anzi, dobbiamo ancora soffrire: siamo in estrema difficoltà…e non abbiamo affrontato Carpi, Bologna, Livorno e le altre! Insomma, questo grande clamore causato da “Leto” sembra somigliare sempre più a un’assonanza che fa rumore e puzza, ma poi scompare.


mercoledì 5 novembre 2014

Apoca-tania e l'orchestra di trombe...d'aria



Non sarà la fine del mondo...ma poco ci manca. O, almeno, questa grigia giornata autunnale catanese somiglia sempre più ad una scena di "The Day After Tomorrow", che ad una normale mattina di pioggia torrenziale. Suggestione...o cosa?

"Cosa", credo. O "Casa": quelle quattro mura che tutti, incoscienti del pericolo di questa "catastrofe" che si è abbattuta su Catania, abbiamo abbandonato stamattina per recarci chi al lavoro, chi a scuola. "Scuola", aperta, nonostante il maltempo, nonostante l'appello della Protezione Civile a "ridurre al minimo gli spostamenti" a causa dei frequenti fenomeni temporaleschi. Le scuole, gli uffici, Catania in toto non si è fermata.

Giusto così! Il lavoro deve andare avanti, "The show must go on!", no? La conferma, o smentita fate voi, è arrivata dallo stesso Comune di Catania nella serata di ieri:

“NOTA PER LA STAMPA – SMENTITE VOCI PERICOLO METEO A CATANIA
L’Ufficio di Gabinetto del Comune di Catania, alla luce dei bollettini emessi e con il conforto degli esperti della Protezione civile, ha smentito le voci diffusesi in città a proposito di un pericolo meteo nella giornata di domani nel territorio catanese.”

E menomale! E se fosse stata diramata l'allerta meteo, cosa sarebbe successo? Mucche volanti e case sottosopra, in pieno stile "Mago di Oz"? Sono sicuro che la povera Dorothy, alla ricerca del mago e delle proprie scarpette rosse, nonostante abbia attraversato numerose difficoltà in compagnia dei propri amici, non sopravvivrebbe un giorno a Catania, tra auto e motorini in quarta fila e allerta meteo revocate!

"Che squillino le trombe!", allora...e non le trombe d'aria, magari! Lo stesso Sindaco, Enzo Bianco, ha dichiarato che "la Protezione Civile aveva assicurato per Catania l'assenza di rischi". Alla faccia dell'assicurazione! Quella della macchina parcheggiata alla Virgin e distrutta da un condizionatore crollato dal tetto. O, forse, che l'auto fosse sprovvista di impianto di climatizzazione, tanto da dover ricorrere ad un'installazione...straordinaria?

Ma la cosa ancor più preoccupante è che, in giornata, è arrivata la comunicazione di chiusura di scuole e uffici per la giornata di domani, in previsione di un'ulteriore allerta meteo. Che stia arrivando una perturbazione apocalittica, allora? Io, per sicurezza, preparo il gommone. Capitan Schet...ehm, Bianco, vuole..."salire a bordo"? Figuriamoci: nella città in cui una palma cade durante una giornata soleggiata, domani, dovesse piovigginare, io sto a casa!


venerdì 31 ottobre 2014

Catania e la "psicosi del centro"



Cerchiamo di stare calmi, vi prego. Negli ultimi giorni le ho sentite proprio tutte: dal "centro-storico killer" al "saloon da far west". E menomale che non avete citato la mafia! Avete anche chiamato in causa "Arancia Meccanica" di Kubrick..."a che pro"? 

Il vantaggio sta nelle visualizzazioni, lo so già. E sono d'accordo con voi! Ma a che serve "montare un caso" anche dove un caso non esiste? Gli episodi degli ultimi giorni, dalla ragazza uccisa agli accoltellamenti tra extracomunitari, sono eventi di quotidiana frequenza qui a Catania! Perché, allora, creare una "psicosi" e diffonderla a macchia d'olio tra la gente? Manteniamo la calma, piuttosto! Se non sono stato chiaro, vi racconterò la mia esperienza, avvenuta all'età di 16 anni, ben quattro anni fa.

Durante un sabato sera nel centro di Catania, precisamente in zona Piazza Teatro Massimo, fui provocato da un bambino al fine di una reazione tale da scaturire una lite con i suoi "protettori" più grandi. Episodi di questo genere, quattro anni fa, accadevano ogni Sabato. E come nel 2010, anche nel 2009, e chissà quanto tempo prima! Perché, allora, solo adesso viene tramandata "la storiella" della "Catania violenta"? Catania non è violenta: Catania è una città. In una città esistono numerosissime differenze, culturali e non, che portano quotidianamente i cittadini a scontrarsi. Chi per il posto auto "rubato", chi per uno sguardo di troppo alla propria morosa: questi eventi ci sono sempre stati. 

Adesso, nell'Ottobre del 2014, il centro storico di Catania è "magicamente" diventato luogo di violenze inaudite verso ragazzi indifesi: nessuno, però, cura il dato che da sempre porta il centro ad essere luogo di "bravate" da briganti. Le risse in "Piazza Teatro" ci sono sempre state, così come le liti tra extracomunitari: basterebbe fare un giro per le vie meno conosciute di Catania per incontrare due o più albanesi darsele di santa ragione! E invece no, uno scontro tra due "marocchini" in Via Landolina e le notti catanesi diventano pericolose! A parer mio, qui stiamo esagerando.

Per spiegare meglio il mio pensiero, prenderò in esame un esempio parecchio stupido e infantile: il virus ebola. Per decenni abbiamo lasciato morire QUOTIDIANAMENTE migliaia di uomini in Africa a causa di questo terrificante virus. Per anni, infatti, abbiamo vissuto le nostre giornate come nulla fosse. Adesso, però, il virus è diventato "letale" e una minaccia verso tutti, nonostante, poi, il tasso di mortalità nei Paesi sviluppati sia nettamente inferiore. Ed ecco la "psicosi": l'ebola c'è sempre stata, e il rischio di diffusione è stato ugualmente elevato  negli scorsi decenni.

Il reale problema non riguarda le violenze nel centro di Catania o la pericolsità del virus ebola: il vero problema siamo noi. Siamo noi il pericolo: noi, creatori e diffusori di queste scarse e infondate convinzioni che ci portano a dire "ho paura ad andare in centro!". Paura? Di che? Fino allo scorso Sabato eri in Piazza Teatro a bere il tuo shortino, incurante del pericolo. E adesso? Adesso sei vittima della "Catania violenta" che porterà chiunque a guardare male l'altro, a cercare un pretesto per una rissa. Che porterà me a passeggiare comunque tranquillamente tra le viuzze del centro: perché Catania è una città e non un saloon. Ricordiamolo.