giovedì 19 novembre 2015

La teoria delle sardine

E’ quella teoria che pone sullo stesso piano i cittadini del mondo, diversi per religione, classe sociale, fede calcistica e ideologia politica: tutti, insieme, nella stessa scatola. Un autobus.

Che poi ammettiamolo: molti, almeno una volta nella vita, sono stati una sardina. Sì, di quelle in scatola, “unte e bisunte”, e puzzolenti. O profumate? Buone di certo, e salate. Antipatiche, e mal digerite. Ma lo spettacolo più grande si compie nella latta: insieme, schiacciati, come loro. E capita che un viaggio in autobus si trasformi in una traversata fino al piatto del consumatore, pronto a divorarci.

Cittadini tra i più disparati: “Ou ‘mbare!”, è il top. “Bussola!”, la parola d’ordine. E gli insofferenti: “C’è caldo, apriamo”, “c’è freddo, chiudiamo”, “è colpa di Bianco (sindaco di Catania), dei politici, dei giornalisti”… e del buco dell’ozono. Perché si sa: c’entra sempre, e un giorno lo dirà anche Salvini. Oh, Matteo: “Avi ragiuni Salvini! (Trad. “Ha ragione Salvini” – la traduzione del termine “Salvini” non era questa, potete immaginare… - ) Tutti a casa!”, ma chi? No, io no: devo andare al lavoro e all’università. E lei? Pure. Quindi “tutti in centro”, che è meglio.

L’iter inizia alle prime ore del giorno, perché si sa: il pesce va pescato presto. “Si sta come alle otto, su un autobus le sardine”, avrebbe scritto Ungaretti. E non è forse un’immagine meravigliosa? Circa cento individui incastrati meglio dei blocchi del Tetris, in balìa del proprio destino, e della guida dell’autista: pilota di rally senza licenza. O con licenza… di uccidere. Perché un viaggio in autobus può diventare una corsa sulle montagne russe: e lì si nota la qualità del passeggero. Se sei bravo, rimani in equilibrio. Altrimenti… eh, altrimenti.

Sprofondi, nel bagno di folla che c’è dietro te, che fermata dopo fermata è diventato un esercito, rompendo la formazione perfetta delle sardine, che intanto hanno imparato a comunicare tra loro: si parla di calcio, della crisi. La crisi. La crisi che non esiste, i politici porci che “mangiano i soldi”: perché “non c’è lavoro”, si sa. Ma accettare un impiego in un call center, o fare del volantinaggio no: è umiliante. Quindi meglio fare la fame, piuttosto che guadagnare qualcosa. Perché noi siamo “il top”, mica possiamo abbassarci a tanto!


Ma la realizzazione della “teoria delle sardine” avviene alla fine del percorso, quando bisogna abbandonare la “scatola”: fratelli, ormai. Compagni d’avventure sorridenti, quasi simpatici. Ma dopo aver imparato a convivere, i passeggeri tornano al proprio stato naturale: chi bancario, chi professore, chi mendicante e chi studente. Tutti altezzosi, presi dalle proprie faccende quotidiane: sull’autobus nascono amicizie, amori che verranno dimenticati una volta scesi. Perché poi si torna alle proprie vite, alla propria ipocrisia, al proprio razzismo e ai propri pregiudizi: dimenticando che, poco tempo prima, si era tutti uguali. Una centinaia di sardine, puzzolente e insofferente, all’interno della stessa brutta scatola.